Articoli e riflessioni sulla psicoterapia, la mente umana e il benessere psicologico. Scritti dal Prof. Alvisi Achille per chi vuole capire, non solo guarire.
Guidano ha rivoluzionato il modo di pensare alla psicoterapia: non più correggere pensieri sbagliati, ma esplorare il modo in cui costruiamo il significato della nostra esperienza.
Il contributo statale per le spese di psicoterapia è confermato anche per il 2025. Una guida pratica e aggiornata per capire chi può richiederlo e come farlo.
Un saggio approfondito sull'approccio post-razionalista: dalla critica alla psicoterapia standard di Beck, alla concezione di realtà come "multiversum", fino alla tecnica della moviola.
Cos'è la Schema Therapy, come si è sviluppata dalla terapia cognitiva di Beck e quali sono i bisogni fondamentali e gli Schemi Maladattivi Precoci al centro del modello.
Dall'asino di Buridano alle ricerche di Steel e Dryden: cos'è la procrastinazione, quali sono le sue cause psicologiche e come la psicoterapia può aiutare a superarla.
Una guida clinica sul Disturbo Bipolare II: differenze rispetto al Bipolare I, criteri diagnostici dell'ipomania, diagnosi differenziale e principali comorbilità.
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Il narcisismo è uno dei disturbi più discussi e fraintesi della nostra epoca. Ne sentiamo parlare sempre più spesso — sui social, nelle relazioni, nei luoghi di lavoro. Ma cosa significa davvero essere narcisisti? Quando il narcisismo diventa un disturbo clinico e quando è semplicemente una caratteristica della personalità?
Ogni persona ha una quota di narcisismo: è quella parte di noi che si preoccupa della propria immagine, che vuole essere apprezzata, che ha ambizioni. Questo narcisismo è sano e necessario per il funzionamento psicologico. Il problema sorge quando diventa il centro assoluto dell'organizzazione della personalità.
Il Disturbo Narcisistico di Personalità (DSM-5) è caratterizzato da un pattern pervasivo di grandiosità, bisogno di ammirazione e mancanza di empatia. Ma sotto questa superficie grandiosa si nasconde, quasi sempre, una profonda fragilità: una stima di sé vulnerabile, costruita su basi instabili.
Il narcisista non ama se stesso troppo. Al contrario — non si è mai sentito abbastanza amato.
Le caratteristiche principali del narcisismo patologico includono: un senso esagerato della propria importanza, fantasie di successo illimitato e potere, convinzione di essere speciali e unici, bisogno eccessivo di ammirazione, senso di diritto, sfruttamento interpersonale, mancanza di empatia, invidia verso gli altri.
Nella vita quotidiana, il narcisista fatica profondamente nelle relazioni intime. Cerca partner che lo ammirino e lo valorizzino, ma quando questi non riescono a soddisfare le sue aspettative — o quando osano criticarlo — la reazione può essere sproporzionata: rabbia, svalutazione, abbandono.
La ricerca psicologica suggerisce che il narcisismo si sviluppa spesso in risposta a esperienze precoci di mancanza di sintonizzazione emotiva con i genitori. Ci sono due strade principali: il bambino che non ha ricevuto amore condizionato alla performance e ha sviluppato una grandiosità compensatoria; e il bambino che è stato eccessivamente idealizzato e non ha mai imparato a tollerare i propri limiti.
La Schema Therapy, uno degli approcci utilizzati presso il mio studio, si rivela particolarmente efficace nel trattamento del narcisismo. Lavora sugli schemi disfunzionali profondi — come lo schema di grandiosità, di standard spietati, di deprivazione emotiva — riconoscendo che sotto la facciata di invulnerabilità c'è sempre un bambino che non si è sentito amato incondizionatamente.
Se si vive o lavora accanto a una persona con caratteristiche narcisistiche, è importante riconoscere alcuni pattern ricorrenti: il ciclo di idealizzazione e svalutazione, la manipolazione emotiva, il gaslighting (la distorsione della realtà dell'altro), la difficoltà a riconoscere le proprie responsabilità.
La psicoterapia può aiutare sia la persona narcisista — che spesso arriva in studio non per il disturbo in sé, ma per le conseguenze delle sue relazioni — sia coloro che hanno subito relazioni difficili con personalità narcisistiche.
Se riconosci in te stesso o in qualcuno vicino a te questi pattern, la psicoterapia può fare una differenza significativa. Il narcisismo non è una condanna: con il lavoro terapeutico appropriato è possibile sviluppare una maggiore empatia, costruire relazioni più autentiche e fondare l'autostima su basi più solide.
Nel mio studio di Arezzo offro una prima seduta gratuita in cui valutiamo insieme la situazione e l'approccio più adatto. Il cambiamento è possibile — anche quando sembra impossibile.
Vittorio Guidano (1944–1999) è stato uno degli psicoterapeuti italiani più originali e influenti del Novecento. Il suo approccio — la Psicoterapia Post-Razionalista — ha rappresentato una svolta nel modo di concepire la mente umana e il cambiamento terapeutico.
La psicoterapia cognitiva classica si concentra sull'identificazione e la correzione dei pensieri disfunzionali. Guidano ha proposto qualcosa di più profondo: non si tratta di correggere pensieri sbagliati, ma di comprendere come costruiamo il significato della nostra esperienza — il modo in cui diamo senso a noi stessi e al mondo.
Per Guidano, ogni persona ha un'identità personale — un modo coerente e stabile di sperimentarsi — che si sviluppa fin dall'infanzia attraverso le relazioni di attaccamento. Questa identità non è fatta di pensieri, ma di un senso profondo e tacito di sé.
Non siamo ciò che pensiamo di essere. Siamo il modo in cui ci sperimentiamo — un senso di sé che precede il linguaggio e la riflessione cosciente.
Una delle innovazioni fondamentali di Guidano è il ruolo centrale attribuito alle emozioni. Non sono disturbi da eliminare, ma informazioni preziose sul modo in cui stiamo vivendo la nostra esperienza. Le emozioni riflettono il senso tacito di sé — e sono quindi la porta d'accesso alla comprensione più profonda di se stessi.
Questo significa che in terapia non si lavora per eliminare la tristezza, l'ansia o la rabbia, ma per capire cosa ci stanno comunicando sulla nostra storia, sulla nostra identità, sul modo in cui ci stiamo relazionando con il mondo.
Il terapeuta post-razionalista lavora come un osservatore partecipante: aiuta il paziente a sviluppare una prospettiva esterna su se stesso, a vedere i propri schemi di esperienza dall'esterno. Questo processo — che Guidano chiamava "distanziamento strategico" — permette di accedere a livelli di significato normalmente invisibili.
Le tecniche includono l'analisi delle scene episodiche (ricordi specifici carichi emotivamente), l'esplorazione delle relazioni di attaccamento precoci, e il lavoro sul presente — come il paziente si sperimenta momento per momento nella relazione terapeutica.
L'approccio Post-Razionalista è particolarmente indicato per chi vuole una comprensione profonda di sé, per problematiche legate all'identità personale, per disturbi dell'umore e dell'ansia che sembrano resistenti ad altri approcci, e per chi ha già fatto percorsi terapeutici senza trovare un cambiamento duraturo.
Nel mio studio di Arezzo propongo questo approccio — insieme alla Terapia Cognitivo-Comportamentale e alla Schema Therapy — come una delle tre opzioni tra cui il paziente può scegliere dopo una presentazione approfondita di ciascuno.
Il Bonus Psicologo è un contributo statale per le spese di psicoterapia introdotto per la prima volta nel 2022 e confermato anche per il 2025. Si tratta di un'opportunità importante per chi vuole iniziare un percorso terapeutico ma ha difficoltà economiche.
Il Bonus Psicologo è un contributo economico che lo Stato eroga a chi non riesce a sostenere i costi della psicoterapia. Può coprire fino a 1.500 euro di spese per sedute con uno psicoterapeuta iscritto all'Albo, usufruibile presso professionisti privati.
L'importo varia in base all'ISEE del richiedente: fino a 1.500€ per ISEE inferiore a 15.000€, fino a 1.000€ per ISEE tra 15.000€ e 30.000€, fino a 500€ per ISEE tra 30.000€ e 50.000€.
Il diritto alla salute mentale non dovrebbe dipendere dalla disponibilità economica. Il Bonus Psicologo è un passo nella giusta direzione.
Possono richiedere il Bonus Psicologo i cittadini italiani o stranieri residenti in Italia che hanno un ISEE inferiore a 50.000€. Non ci sono limiti di età: possono richiederlo sia adulti che minori (in questo caso, tramite i genitori).
La domanda si presenta online tramite il sito dell'INPS, nella sezione dedicata al Bonus Psicologo. Occorre avere lo SPID o la CIE per accedere. La domanda include i dati personali, l'ISEE in corso di validità e la motivazione della richiesta.
Le domande vengono accolte in base all'ordine di presentazione e alla disponibilità dei fondi stanziati. È quindi importante presentare la domanda appena il bando viene aperto.
Il prof. Alvisi Achille accetta il Bonus Psicologo. Una volta ricevuto il codice univoco da parte dell'INPS, è sufficiente comunicarlo al momento della prenotazione. Il contributo verrà scalato direttamente dal costo delle sedute.
Per informazioni aggiornate sulle scadenze del bando 2025 e su come presentare la domanda, visita il sito ufficiale INPS o contattaci direttamente: siamo felici di aiutarti a capire se hai diritto al bonus e come ottenerlo.
Nel saggio del 1980, di Michel Mahoney, intitolato “Psychotherapy of Personal
Revolutions”, nella seconda parte, di esso, lo psicoterapeuta americano, muoveva
sei punti di critica,alla psicoterapia cognitiva,cosidetta “standard” (Semerari, 2002).
Tra i più importanti, ve ne erano tre (3):
A.La psicoterapia “standard” assegna un ruolo determinante al pensiero, con un’
insufficiente considerazione degli aspetti emotivi, considerati come sottoprodotto del
pensiero;
B.Essa si rifà a valutazioni dei processi cognitivi basati su un modello sensoriale,
comportamentale, della mente, e non prospettando la stessa come motore attivo del
cambiamento, secondo quanto andavano affermando di essa, i nuovi approcci
costruttivistici(“Teoria motoria della mente”, Weimer, 1977);
B.Nella psicoterapia standard, la relazione terapeutica svolge un ruolo di supporto,
nei confronti dell’azione di cura:essa viene considerata come funzione del processo
terapeutico, non avendo, in sé e per sé, valore terapeutico, autonomo, fondante, alla
stessa stregua pari delle altre strutture terapeutiche, di base. Essa riveste, inoltre, un
ruolo pedagogico e normativo, di tipo persuasivo, non esplicativo.
Successivamente alla presa di posizione di Mahoney, si fa sempre più strada,
nell’orizzonte psicoterapeutico,l’esigenza di andare fino in fondo, nello scandagliare
i limiti rilevati dallo psicoterapeuta americano.
Così, all’interno dell’alveo cognitivo-comportamentale, si assiste allo sviluppo di
approcci terapeutici più prettamente cognitivistici, che nel ribadire il primato del
soggetto quale costruttore attivo della realtà, rivalutano il ruolo e la funzione della
relazione terapeutica nonché l’importanza delle emozioni quali fattori,
fondamentali e determinanti di cambiamento (Mahoney, 1980, Liotti, 1983, Reda &
Mahoney,1984,Markus, 1977, Lakoff,1987).
Tra di essi un ruolo di primaria importanza è rivestito dall’approccio post-razionalista
di V.Guidano, così come definito dal suo fondatore (Guidano, 1987).
Guidano critica alla radice, a livello epistemologico, il concetto di realtà e di
conoscenza così come presente nella psicoterapia cognitivo-comportamentale
cosidetta “standard”.
Per essa, la realtà è vista come costituita da un ordine esterno, oggettivo, univoco,
immutabile ed universale, nel quale è riposto il significato delle cose.
La conoscenza viene ad essere concepita come una rappresentazione che si
configura come una riproduzione più o meno contigua e prossima a detto ordine.
Lo stesso rapporto osservatore/realtà osservata è concepito in modo statico,asettico
ed oggettivizzato ed è tale, per cui
Nell’ottica “postrazionalista”, di Guidano, la realtà non è vista come un ordine
esterno, univoco,immutabile, oggettivo,valido per tutti alla stessa maniera, ma come
un incessante fluire, un continuo movimento,multidimensionale ed a più livelli :come
un “multiversum” e non un “universum” (V.Maturana, 1985).
Chi osserva non è separato, asetticamente, dalla realtà che osserva, ma è coinvolto
in essa, e la modifica introducendo un ordine che prima non esisteva.
La conoscenza, per Guidano, non è una rappresentazione della realtà, il più vicino
ed il più aderente, possibile, ad un ordine esterno, immutabile, oggettivo e valido per
tutti, ma un processo di autocostruzione del soggetto, in cui tutto ciò che viene
osservato; essa, prima di darci informazioni sulla realtà esterna, ci fornisce
informazioni essenziali sulle caratteristiche strutturali di chi osserva.
Più esattamente, la conoscenza è un processo di costruzione di significato, di tipo
autoreferenziale, con delle proprie leggi interne,che si basa sulle modalità specifiche
tramite le quali il soggetto esplica il rapporto costante e dialettico, tra la propria
esperienza immediata e l’immagine cosciente che, di ciò, viene data.
Per Guidano la conoscenza è costituita da due ordini di fattori: il primo, è il livello
di esperienza immediata, il sentirsi vivere ed il sentirsi nel mondo, il secondo
è l’immagine cosciente di sé tramite la quale il soggetto si riferisce e si spiega questo
sentirsi vivere, questo suo percepirsi, nel mondo.
Il primo ordine di fattori è definito da Guidano conoscenza tacita o di primo livello, il
secondo, conoscenza esplicita o di secondo livello.
Più esattamente, la conoscenza “tacita” o “di primo livello”, è preverbale ed
immediata, di essa, il soggetto ha scarsa consapevolezza (Polany, 1966,1969); essa
ha come oggetto, i contenuti senso-percettivi, senso-motori, emozionali, i ricordi, i
sentimenti, insomma tutto ciò che non corrisponde ad una decodificazione, di tipo
logico, secondaria.
Essa risponde alla domanda: ”che cosa proviamo e come lo proviamo?”.
E’ tutto ciò W.James, aveva chiamato l’”Io” ( W.James,1890, V.Guidano, 1991).
La conoscenza esplicita o di “secondo livello”, è, invece, logico-discorsiva, analitica
e spiega e decodifica, in termini logici, discorsivi, quanto percepito, in termini
immediati, nella conoscenza tacita:essa risponde alla domanda:“perchè noi proviamo
tutto ciò che proviamo?”.
E’ ciò che W.James aveva denominato, come il “Me” (W.James; ibidem; Guidano,
ibidem).
La conoscenza tacita e la conoscenza esplicita si trovano, tra di loro, in un rapporto
interdipendente e dialettico che dura l’intera esistenza.
All’interno di questo rapporto, giocano un ruolo fondamentale, le emozioni.
Infatti, i due concetti centrali, fondamentali, che rappresentano il fulcro della
psicoterapia post-razionalista, e,cioè, il significato personale e le organizzazioni di
significato personale, trovano la loro spiegazione e giustificazione sulla base del
primato dei processi personali emotivi su quelli logici, discorsivi, del pensiero
Per significato personale, in Guidano, è da intendersi la modalità tipicizzante con
cui viene ordinata l’esperienza, onde poter rendere consistente e stabile tutto ciò che
emerge dal processo dialettico tra i due livelli conoscitivi, sopra riferiti, al fine di
mantenere, rispettivamente, la coerenza interna e l’identità del Sé.
Esso è da considerarsi come il nucleo centrale che perimetra il tipo di coerenza
sistemica alla quale ogni organizzazione di significato personale è in obbligo di
riferirsi, durante l’intero ciclo di vita (Merigliano, 2019).
Con le parole stesse, di Guidano, (Guidano, 1992), il significato personale è “la
processualità, proattiva, progettuale, in un costante ordinamento di reti di eventi
significativi variamente correlati tra di loro, che porta avanti un’esperienza di sé e
del mondo (“I”) specificatamente riconoscibile come unitarietà e continuità del
proprio “Sé” nel tempo (“Me”)”.
L’Organizzazione di significato personale è una modalità relativamente stabile nel
tempo tramite la quale il soggetto conferisce unitarietà ai processi che concorrono
all’elaborazione del significato personale, in modo tale che egli possa mantenere la
propria coerenza interna ed il suo senso di unicità personale, al di là delle
trasformazioni che caratterizzano il suo ciclo di vita.
Essa non è un’entità categoriale, contraddistinta da specifici contenuti conoscitivi,
ma una modalità strutturante di conoscenza, caratterizzata da una certa forma, e
da certi meccanismi e proprietà, interni.
Essa è la struttura organizzativa dell’esperienza che presiede alle modalità proprie e
specifiche del soggetto tramite le quali egli fa fronte alle perturbazioni emotive
provenienti dal contesto interpersonale e le trasduce in elementi informativi,
significativi, per il suo ordine interno, dentro un quadro di coerenza.
Le Organizzazioni di significato personale sono quattro (4):fobica, depressiva, dapica
ed ossessiva.
L ’Organizzazione di significato personale “fobica”, si origina, nel soggetto a partire
da un eccesso di eccesso di legame con le figure genitoriali, accudienti, che, nei suoi
confronti, manifestano comportamenti eccessivamente iperpremurosi e/o troppo
protettivi, iperprotettivi.
L’emozione che domina su tutte le altre è la paura, la paura della realtà: il bambino
avverte tutto ciò che è nuovo e diverso come pericoloso,come qualcosa da scansare
e da evitare, da sfuggire, da non sperimentare e da non provare.
Il soggetto sente se stesso come soggetto fragile ed indifeso che necessità di
qualcuno vicino a lui che gli assicuri protezione e sicurezza.
Il tipo di attaccamento è insicuro-evitante (coercitivo) e resistente alla separazione
o ambivalente.
L’unità organizzativa si basa su di un equilibrio dinamico, sempre da riconquistare,
tra le due seguenti tonalità emotive, polari: da una parte, la paura, conseguente
all’avvertito bisogno di protezione da una realtà esterna, considerata come fonte di
pericoli, dall’altra,la curiosità,facente capo al suo bisogno di libertà e d’indipendenza.
L’eccessiva vicinanza alla figura protettiva provoca scompenso dovuto a costrizione;
d’altra parte, l’eccessiva libertà conduce ugualmente a scompenso perchè non è
associata a senso di autonomia e di sicurezza, garantito soltanto dalla vicinanza con
figure significative.
Le procedure di controllo si incentrano sulla prevenzione ed evitamento di situazioni
che minaccino il fondamentale senso di sicurezza e di protezione del soggetto e che
siano tali da causare livelli di perturbazione emotiva, giudicati non tollerabili dallo
stesso.
L’attitudine del soggetto, con organizzazione fobica è orientata all’ipercontrollo delle
emozioni e sensazioni che vengono da lui percepite come eventi esterni al Sé e,
quindi, come fonti di pericolosità, da disattivare.
La lettura dei propri stati emotivi, interni, è di natura fisica, corporea e sensoriale e
tende a sfociare in esiti di “somatizzazione organica”.
Se nell’O.F, il problema si origina da un surplus di protettività e di custodia, nei primi
anni di vita, nell’organizzazione di significato personale depressiva si verifica
esattamente il contrario. Il problema si origina, a partire da un deficit di cura, di
attenzione, di attaccamento, delle figure genitoriali nei confronti del bambino.
Il bambino percepisce negli atteggiamenti e comportamenti delle figure accudienti
una completa mancanza di attenzione, di interesse, di cura, di coinvolgimento, di
presa in carico di quelli che sono i suoi bisogni primari, affettivi.
A ragione di ciò, il bambino tende ad inibire le richieste di cura e di attenzione verso
i “caregivers” perchè è certo che esse non verranno corrisposte ed agisce in modo
tale da evitare di esternare le proprie emozioni tanto in senso positivo che negativo.
Lo stile di attaccamento è evitante.
Il suo modo di pensare si struttura su aspettative di rifiuto e di abbandono, da parte
del mondo esterno: il sentimento di sé si radica sulla propria incapacità di suscitare
interesse, attenzione e cura, negli altri ed è quello di persona sola ed allo stesso
tempo, indegna, non amabile.
A livello tacito, egli percepisce il suo rapporto con la realtà come perdita e fallimento
(Io); a livello esplicito, si spiega tutto ciò come dovuto esclusivamente alla propria
incapacità e negatività, con attribuzione causale, interna (Me).
Questo tipo di decodificazione rappresenta l’unica modalità di autoregolazione, di
base, tramite la quale egli è in grado di mantenere una propria coerenza interna.
Non potendo aspettare nulla, da parte degli altri, egli matura la convinzione che
tutto ciò che sarà da lui ottenuto sarà possibile ottenerlo solo in virtù di
un’attivazione personale ed autonoma.
Da qui, il senso molto accentuato di autonomia che lo caratterizza tale da farlo
pervenire, anche, ad esiti di “fiducia compulsiva in se stesso”.Le polarità emotive di
base entro le quali si agglomerano le altre emozioni sono quelle di disperazione
e di rabbia; la tristezza, come percezione dell’abbandono, la rabbia come reazione a
che il senso della perdita non diventi destabilizzante.
Tutte le altre emozioni, si agglomerano e trovano significatività, attorno a queste
due.
Nell’arco della vita diventa costante e strutturale, la tendenza a reagire con tristezza
e rabbia ad eventi discrepanti, anche di valore circoscritto, che vengono decodificati
, massimizzando la percezione di abbandono; tutto ciò si verifica, in particolare, nel
rapporto con le figure significative e nei rapporti affettivi, con le persone dell’altro
sesso.
Per evitare le possibili esperienze di perdita, il soggetto tende a minimizzare il
proprio coinvolgimento affettivo, fino a poterlo negare, nello stesso momento in cui
lo sta sperimentando.
In presenza di livelli di astrazione e sequenzialità, non adeguati,si possono instaurare
varie forme di scompenso: sindromi forti, di depressione, scoppi d’ira incontrollati,
stati psicotici di persecuzione.
Ed ancora: atteggiamenti sociopatici, dipendenza da alcool e da sostanze, tipi di
comportamento, fortemente autolesivi fino al suicidio (Merigliano, 2019).
Nell’O.ossessiva, si afferma l’ambivalenza del vincolo.
Il bambino recepisce il comportamento, delle figure genitoriali, nei suoi confronti
come intrinsecamente ambivalente e contraddittorio.
Così, se il padre e la madre dapprima, si mostrano nei suoi confronti, gentili e pieni
di attenzioni, proferendo parole dolci, nei suoi confronti e facendogli carezze
affettuose, sulla guancia, e, subito dopo, mutano, di botto, registro comportamentale,
assumendo atteggiamenti e/o comportamenti punitivi, passando a rimbrotti ed a
rimproveri, anche aspri, il bambino percepisce tutto ciò come non comprensibile e
direttamente contraddittorio.
Egli inizia a strutturare un senso di sé ambivalente e dicotomico, all’interno di
un’esperienza immediata vissuta, simultaneamente, entro due contesti interpretativi,
nei quali, l’uno esclude l’altro.
Sotto un primo aspetto, egli avverte e percepisce se stesso come “buono e degno
di amore”; sotto il secondo aspetto, all’opposto, egli si riconosce come “non buono
e non degno di amore”.
Si struttura, così, in lui, la crescente necessità, in rapporto agli eventi, di acquisire
la sicurezza e la certezza che debba essere la parte di lui positiva ad avere la meglio,
sull’altra, negativa.
Il dubbio che così non si verifichi ed al tempo stesso, la necessità impellente di
acquisire dati confermativi, in tal senso, finiscono per costituire la sua tematica
problematica, di fondo.
La sua caratteristica predominante,diventa,così, l’esercizio del dubbio sistematico,
dubbio, inteso all’acquisizione di quel senso di sicurezza,che,solo,gli può permettere
permettere il controllo della realtà.
Ogni carenza inerente al bisogno assoluto di certezza è avverta come perdita totale
di controllo della realtà e può presentarsi in modo tale da innescare ed elicitare
sensazioni, percezioni, immagini e pensieri intrusivi che il soggetto non è in grado di
spiegarsi e che egli tenderà a sperimentare come qualcosa proveniente dall’esterno,
, dando origine a specifiche forme di scompenso (Più prevalentemente, disturbi di
tipo-ossessivo-compulsivo).
Nella organizzazione dapica, gli atteggiamenti ed i comportamenti delle figure
genitoriali, nei confronti del bambino, sono caratterizzati da ambiguità e mancanza
di trasparenza, da controllo e da formalità che prevalgono sulla tenerezza e sul
calore affettivo.
Il rapporto è di tipo “invischiato”,a motivo del quale, non si ha demarcazione di limiti
tra i componenti familiari e si determina “intrusività”, cioè un accesso del familiare,
non giustificato,dentro gli stati interni del bambino che impedisce,di fatto,il formarsi
e lo strutturarsi di un’ emotività e di un’affettività, libera ed autonoma, da parte
di quest’ultimo.
A partire da questo tipo di rapporto, il bambino non è in grado di riconoscere i
propri stati interni e sviluppa un senso di sé confuso, vago ed indeterminato: lo stile
di attaccamento è ambiguo e confuso.
Le emozioni su cui egli fa perno,nella percezione immediata degli eventi (conoscenza
tacita), non sono le emozioni di base (come la paura e la curiosità ovvero la tristezza
e la disperazione), ma le “self conscious emotions” (Colpa, disgusto, imbarazzo,
vergogna) (Guidano, 2010). Sono emozioni, queste che hanno bisogno di un avallo
cognitivo, per potere possedere validità.
La possibilità che il Sé possa acquisire una coerenza interno si incentra sul fare
riferimento al contesto esterno e, cioè, al giudizio positivo delle figure significative
che confermi e stabilizzi quanto percepito, sul Sé, in modo confuso e vago, dal
soggetto.
Il Sé, allora, si struttura all’interno di due polarità, ricorsivamente oscillanti, tra di
loro: da una parte, c’è la necessità di ricevere conferma ed approvazione dal
contesto esterno, dal giudizio favorevole ed avvalorante delle figure significative,
dall’altra, c’è il timore che si spinge fino ai massimi livelli, di poter essere intrusi
ovvero disconfermati, dalle stesse (Guidano, 1988).
Si avvera un contrasto di fondo, strutturale: se l’esposizione e l’intimità con gli altri
permette di strutturare pattern di esperienza immediata, stabili nel tempo, il
riordinamento di sé esplicito, come soggetto dotato di valore e di competenza, per
non poter essere messo in crisi e, quindi, poter acquisire valore di assolutezza, non
permette l’esercizio della critica, da parte altrui, postulando la riduzione, fin quasi
all’evitamento, della stessa esposizione e dell’intimità.
Il soggetto, quindi, fa fronte a tutto ciò tendendo a non esporsi troppo, per dare
minori occasioni possibili agli altri, significativi, di pronunciarsi su di lui.
La modalità della messa a fuoco di sé è, dunque, esterna (modalità outward”), con
sensibilità al contesto ( “field dipendent”, Witkin, 1949) e con accentuate capacità di
relazionamento.
Una tendenza centrale,in questo tipo di organizzazione, è quella al “perfezionismo”
ovvero alla “massimalità”,alla necessità,cioè, si riuscire ad ottenere, in tutti i contesti
,di vita, il massimo, fin da subito, senza dover passare attraverso fasi progressive di
miglioramento (Guidano, 2007).
Qualora si abbia una delusione, la gamma di esposizione e di confronto subisce un
ridimensionamento e l’attribuzione della causalità si svolge, allora, entro margini
piuttosto vaghi e non meglio definiti, fluttuanti.
L’Org. Dapica, scompensata, dà luogo a disturbi nel campo del comportamento
alimentare, a disturbi nel campo del gioco d’azzardo, ad abuso di sostanze
stupefacenti ed alcolici, a fenomeni di derealizzazione e depersonalizzazione, alle
diverse espressioni del disturbo bipolare (Merigliano, 2019).
Il T. è un perturbatore nel senso che il suo compito primario è quello di elicitare nel
paziente nuove ed impreviste emozioni, le quali, messe a confronto con le emozioni
delle quali il paziente è portatore, risultano essere tali da produrre uno squilibrio
emotivo-cognitivo ed un livello di discrepanza,di tale fatta da rendere necessario
un successivo processo di rielaborazione che conduca ad una ristrutturazione
della coerenza interna del sistema (Guidano, 2010 ).
Peraltro, il T. non è un semplice perturbatore che produce uno stato di scompenso e
Di squilibrio emotivo-cognitivo, ma un perturbatore che incanala ed irrigimenta le
discrepanze elicitate,secondo una strategia mirata e specifica, orientata riconnettere
quest’ultime all’interno dell’alveo dell’organizzazione di significato personale,
rintracciata nel paziente.
IL SINTOMO=Nell’ottica postrazionalista di V.Guidano, il sintomo non è visto
come il risultato di rappresentazioni non adeguate e funzionali, distorte, di sé e della
realtà, come per la terapia “standard, ”bensì come l’esito di aspetti di sé non
decodificati adeguatamente che fanno riferimento all’interfaccia tra conoscenza
implicita ovvero di primo livello e conoscenza esplicita ovvero di secondo livello.
Essi rappresentano una fonte di informazione importante per il terapeuta in quanto gli
consentono di indirizzare l’attenzione, in modo più mirato, verso la particolare
organizzazione di significato personale che caratterizza il paziente.
Nella psicoterapia post-razionalista di V.Guidano, appaiono essere due le fonti del
cambiamento:
1.La prima è data dallo squilibrio emotivo-cognitivo e dalla discrepanza che si
produce nel paziente a causa delle spiegazioni fornite dal terapeuta ovvero dalle
modalità con le quali lo stesso terapeuta riformula i problemi del paziente;
2.La seconda si fonda sul tipo di relazione (Relazione terapeutica) che viene a
formarsi nel rapporto tra terapeuta e paziente o, più esattamente, nel livello di
coinvolgimento emozionale che si origina all’interno di detta relazione.
A.ORGANIZZAZIONE INWARD= L’orientamento del soggetto, con detto tipo
di organizzazione, è tale che egli, nel provvedere a mantenere la propria coerenza
interna e l’unità del Sé, si volge verso l’ambiente, nel senso di modificarlo per
renderlo compatibile e consono, rispetto alle sue caratterizzazioni emotive, di base.
Egli avverte come primario ciò che sente:in ragione di ciò,la messa a fuoco si svolge,
nel senso che egli si sforza di adattare la realtà esterna alla propria realtà interna,
costituita alle proprie emozioni basiche(Paura, tristezza, disperazione, rabbia).
E’ ciò che Guidano definisce, anche, medesimezza (“sameness”).
Alle organizzazioni di tipo INWARD, appartengono l’Organizzazione Fobica e
l’Organizzazione Depressiva.
ORGANIZZAZIONE OUTWARD= Nelle organizzazioni OUTWARD, la messa a
fuoco esperenziale si svolge con riferimento verso l’esterno: il soggetto si sintonizza
con punti di riferimento esterni, nel processo di strutturazione del Sé.
Egli cerca di modificare la propria realtà interna, per renderla consona e conforme
a quella esterna.
Prevalgono non le emozioni di base, primarie, ma quelle secondarie, derivate come
vergogna, colpa, orgoglio, disgusto che compaiono più tardi nel processo di sviluppo.
Le organizzazioni Outward sono quella Ossessiva e quella Dapica.
E’ ciò che Guidano definisce come “ipseità”.
A.ORGANIZZAZIONI FIELD-DIPENDENT= Si tratta di quella classe di
organizzazioni di significato personale, all’interno delle quali il soggetto elabora e
struttura le proprie esperienze emotivo-cognitive, sotto l’ influsso e sotto il
della propria realtà interna.
Egli non è autonomo, nel senso di far derivare esclusivamente dal suo interno la
costruzione della propria coerenza interna e dell’identità del Sé, ma risente, in via
prioritaria dei prodotti dal contesto esterno che lo influenzano, direttamente, nel
percorso, di raggiungimento della coerenza interna e dell’unità del Sé.
Egli dipende, appunto, da detto contesto esterno.
Tali organizzazioni sono l’Organizzazione Fobica e quella Dapica.
B.ORGANIZZAZIONI FIELD-INDIPENDENT= Si tratta delle organizzazioni di
significato personale, all’interno dell quali, il soggetto è ancorato prevalentemente
alle proprie informazioni emotivo-cognitive, al proprio modo interno, nel dare
significato alle esperienze tacite.
Il contesto esterno non è tale da modificare ed alterare i suoi convincimenti che si
originano e si strutturano sulla stretta adesione a criteri e principi che egli possiede,
al proprio interno, rappresentati dalle informazioni emotivo-cognitive, di base, che
lo connotano.
Espressioni di organizazioni field-indipendent, sono l’Organizzazione Depressiva e
quella Ossessiva.
La prima fase della psicoterapia post-razionalista, si compone di due parti:
Nei primi colloqui, dopo un’anamnesi di tipo generalizzato, il T. procede alla
ricostruzione della dinamica del problema, lamentato dal paziente, individuando
uno o più eventi specifici, correlati a vissuti emotivi, avvertiti come discrepanti,
all’interno dei quali è stato percepito lo scompenso.
Tutto ciò avviene attraverso una messa a fuoco di tutte le variabili contestuali,
presenti al momento dei fatti, considerati.
L’analisi delle modalità precipue, contestuali, all’interno del quale si origina lo
scompenso, si completa, con l’inserimento del sintomo, all’ interno di un contesto,più
ampio, più allargato,rappresentativo della fase di vita attuale attraversata dal paziente.
Tramite detta ricostruzione, il paziente inizia ad assimilare, a rendersi conto, della
discrepanza tra ciò che egli avverte e percepisce e la spiegazione di ciò che finora
egli ha elaborato.
Riveste aspetto di fondamentale importanza la presa in esame,da parte del paziente
che la fonte causativa del problema possa non risiedere all’esterno di sé (“Locus of
control”, esterno, Rotter), ma all’interno di sé (“Locus of control”, interno) ovvero
sia correlata alle particolari dinamiche con cui egli organizza e struttura il suo
rapporto con la realtà.
Il compito del T. è quello di fare acquisire al paziente la consapevolezza che lo
squilibrio, lo scompenso che quest’ultimo percepisce, è di origine interna, dovuto, in
via esclusiva, alla perturbazione originatasi dal fatto che le tonalità emotivo-affettive
che connotano la sua conoscenza tacita, non vengono adeguatamente riconosciute
e spiegate a livello del secondo tipo di conoscenza, quella esplicita.
Il problema lamentato cessa di essere indecifrabile ed incomprensibile perchè
proveniente da fonte esterna, a lui inaccessibile, ed il paziente inizia ad avvertire che
egli può essere in grado di fare fronte ad esso.
E’ la fase che segue la ricostruzione della dinamica dello scompenso e la
riformulazione del problema.
In essa, il paziente su indicazione del terapeuta, provvede a ricostruire, in modo
attivo, il proprio senso di coerenza sistemica.
Tutto ciò avviene tramite la produzione di lavori scritti, da fare a casa,( homework)
nei quali egli riporta, su argomenti da indagare, concordati con il terapeuta, quanto
da lui vissuto e percepito, nell’interfaccia tra l’esperire e lo spiegare e le eventuali
discrepanze che si originano all’interno del processo dialettico che si attua tra i due
poli della conoscenza, polo immediato o conoscenza tacita, di primo livello, e polo
mediato o conoscenza logico-esplicativa, di secondo livello.
Successivamente, gli esiti dei resoconti svolti dal paziente, tramite la tecnica della
moviola, vengono sottoposti, in seduta a sequenzializzazione.
Tutto ciò avviene tramite la ricostruzione dettagliata dei contesti specifici, all’interno
dei quali, si origina lo scompenso e la riconnessione di quanto emerge da questa
analisi, con altri episodi e contesti problematici, caratterizzanti la vita attuale del
paziente, nei quali quest’ultimo svolge il ruolo di attore degli stessi fatti ed episodi.
Vengono, messe a fuoco le criticità emotive, sperimentate dal paziente, negli episodi
sottoposti ad indagine, per permettere allo stesso di pervenire ad una migliore e più
adeguata decodifica dei suoi vissuti problematici e per consentirgli di accedere ad
una diversa rilettura degli eventi secondo un punto di vista, nuovo e diverso, rispetto
quello al quale fino a quel momento, il paziente aveva avuto accesso.
Il paziente accede, così, in senso ben definito, ad internalizzare i propri sintomi: il
miglioramento ottenuto nell’ambito della propria capacità di riordino della propria
dell’esperienza, all’interno dell’interfaccia tra l’esperire e lo spiegare, porta con sé
un’articolazione più complessa e completa della propria organizzazione di significato
personale.
Il paziente sperimenta il senso di un’aumentata “agency” ovvero la capacità di
influenzare la realtà con la sua propria attività (Bandura,1980) all’interno di quella
organizzazione di significato personale che gli è propria e che fornisce al suo Sé
coerenza, continuità ed unicità
E’ centrale che il paziente decodifichi, all’interno dell’evento problematico, che cosa
egli avverte e come si spiega ciò che percepisce.
Si rende necessario, a tal fine che egli sperimenti, l’emergere di attivazioni emotive
perturbatrici tramite le quali egli possa iniziare a vedersi diversamente dal solito ed
a riorganizzare le proprie esperienze su criteri differenti.
La modalità per mezzo della quale tutto ciò può essere ottenuto è l’utilizzo della
tecnica della moviola.
La moviola consiste nell’autoosservazione, guidata dal T., del rapporto esistente tra
l’esperire e lo spiegare, svolta all’interno degli episodi in cui il paziente ha percepito
criticità emotive.
Il suo fulcro, il suo “focus”, è la sequenzializzazione dell’esperienza correlata al
riconoscimento delle diverse attivazioni emotive, in corso
Occorre specificare che essa, più che una tecnica specifica, è una modalità
operativa, costante e centrale,che attraversa tutto il processo di cura, un vero e
proprio strumento terapeutico (MERIGLIANO, 2019)
Essa comprende le seguenti fasi.
Un episodio viene suddiviso in più unità sceniche, ognuna delle quali è composta da
eventi, azioni e reazioni e da stati emotivi interni (Frame).
Il T. sta attento a che il paziente immetta, nella sua ricostruzione, il maggior numero
di fattori che caratterizzano il contesto in cui si svolge l’episodio.
Gli esiti dell’utilizzazione della tecnica della moviola, sono i seguenti:
A. Il paziente si rende edotto,per via emotiva,della differenza che esiste tra la propria
conoscenza tacita e quella esplicita (Guidano, 1991);
B. Il paziente acquisisce la capacità di riconoscere e di riferire a sé tonalità emotive
prima trascurate o escluse dalla propria coscienza;
C. Si ha un incremento, nel paziente, della capacità di flessibilità e di articolazione,
del suo sistema conoscitivo, fornendo allo stesso paziente i mezzi per rielaborare e
ristrutturare il suo sistema interno in stretta adesione e coerenza con la specifica
organizzazione di significato personale che lo caratterizza;
D. Il paziente acquisisce, ancora, la capacità di vedere se stesso e gli altri,da più punti
di vista (Competenza metacognitiva; Cantelmi, 2009).
In questa ulteriore fase, il T.si volge a rintracciare lo stile affettivo del paziente
ovverosia ad individuare le modalità specifiche tramite le quali questi struttura
struttura i propri legami di attaccamento, in linea con la sua personale coerenza di
significato.
Tutto ciò avviene ricostruendo le tre fasi che costituiscono il rapporto affettivo:
A.FORMAZIONE= E’ la fase in cui il rapporto ha inizio e prende forma;
B.MANTENIMENTO= E’ la fase in cui il rapporto si stabilizza;
ROTTURA= E’ l’ultima fase, in cui il rapporto cessa di esistere.
Per ognuna di queste fasi, il T. passa ad analizzare episodi emblematici che vengono
sequenzializzati in moviola :l’obbiettivo è quello di rendere il paziente edotto di
quali siano le invarianti essenziali che contraddistinguono il suo stile affettivo.
Detta fase dura, in genere, da tre a sei mesi.
All’interno di questa fase, si realizza, da un lato, nel paziente, una rielaborazione,
graduale e progressiva, della sua esperienza immediata, dall’altro, si produce,
all’interno del suo sistema conoscitivo, una ristrutturazione, un “reframing”,
progressivo, (MERIGLIANO, ibidem), degli accadimenti che lo hanno visto come
protagonista.
E’ l’ultima parte della psicoterapia post-razionalista, di Guidano.
Detta, ultima fase, è rappresentata dalla ricostruzione della storia di vita del paziente
e viene svolta solo se è richiesta espressamente da quest’ultimo, sotto l’influsso
di una sua piena e convinta motivazione.
E’, infatti, una fase che può innescare, nel suo riportarsi, ad episodi del passato più
lontano del paziente (Prima infanzia e prima adolescenza), perturbazioni emotive
anche molto forti perché riguardanti il suo vissuto, profondo.
Per questo motivo, è preferibile attuarla dopo che è stata già oltrepassata la fase
inerente allo stile affettivo del paziente e dopo che il terapeuta abbia ha acquisito la
certezza che il soggetto non accusi più sintomi psicopatologici.
Essa può durare dai tre (3) ai sei (6) mesi.
Il terapeuta aiuta il paziente a riguardarsi all’indietro, molto lontano nel tempo, fino
a partire dai ricordi legati ai primi anni dell’infanzia e dell’adolescenza.
Il paziente identifica i fatti e gli episodi, più significativi, per lui, e li rivive, sotto
la guida del terapeuta, sempre tramite la loro sequenzializzazione, con la metodica
metodica della moviola. trovando, nel paziente, un soggetto ormai molto qualificato
per questa ricognizione.
In presenza di punti critici, emergenti all’interno delle scene selezionate, all’interno
dell’episodio d’insieme, il terapeuta opera un rallentamento dell’immagine, fino a
fermarsi del tutto, per più tempo sul punto critico ed analizzarlo a fondo, insieme al
paziente, per comprendere la dinamica svolgentesi tra l’esperire (Conoscenza tacita) e
lo spiegare (Conoscenza logica)
Il T. chiede al paziente, da una parte, come si senta in quel momento, quali pensieri,
sensazioni, percezioni, lo afferrino, (l’esperire) e dall’altra parte, come spieghi tutto
ciò che prova, nella veste di osservatore esterno che decodifica tale esperire presente
( Lo spiegare).
Ciò che cambia è il fatto che il paziente che il paziente è ormai un esperto, in tale tipo
di decodifica, e che quindi la può affrontare, co maggiore padronanza e completezza.
Tutto ciò conduce il paziente ad una nuova formulazione (Riformulazione) delle sue
reali problematiche, afferenti agli episodio, dell’infanzia e dell’adolescenza, ricordati,
(anche in diretto contrasto con le sue interpretazione consolidate e strutturate, degli
stessi)) e con l’elicitazione di nuove e diverse chiavi interpretative.
Le nuove emergenze emotive , direttamente legate a quest’introiezione di un
cambiamento di prospettiva, consentono al paziente di riorganizzare l’esperienza di
sé e del mondo, su basi più ampie ed allargate, grazie all’acquisizione di dati,
riguardanti i suoi primi periodi di vita, fino ad allora ignoti al soggetto .
Si accresce la sua apertura e la flessibilità, nel portare lo sguardo ai meccanismi,
profondi, interni di funzionamento mentale che dall’inizio lo hanno caratterizzato
vengono fuori punti di vista sul proprio Sé, più articolati e dotati di maggiore
completezza.
E’ possibile, così, per il paziente certificare, in modo netto, definitivo ed ultimativo,
la presenza e l’azione di dati del proprio Sé, invarianti, in quanto strutturalmente
legati alla di significato personale che, principalmente, lo connotano e che spiegano
l’unicità e la continuità della propria esperienza.
La Schema Therapy è un modello psicoterapeutico estesamente innovativo ed
articolato che si origina, negli anni 90’, sotto l’influsso dello psicoterapeuta
americano G.Joung (1990-99).
Storicamente, essa si sviluppa a partire dal tentativo di ovviare alle problematiche
connesse all’incompletezza ed alle difficoltosità, evidenziate dalla psicoterapia
cognitiva di Aaron Beck, detta anche “psicoterapia standard”, nell’affronto dei casi
clinici più ardui, resistenti e complessi, ed in particolare, in relazione ai disturbi di
personalità, di tipo narcisista e borderline. (Young, 2007).
La novità rappresentata dalla S.T rispetto alla “terapia standard” di Beck è costituita
dall’incorporazione all’interno delle strutture di base di quest’ultima, dell’apporto
di principi e di tecniche, desunte da altri modelli psicoterapeutici; la teoria
dell’attaccamento, il costruttivismo, la Gestalt, la psicoterapia dinamica.
Il nucleo fondativo della S.T. è costituito dai bisogni fondamentali, di base, che per
Young, attengono ad ogni soggetto vivente, e sono, perciò, universali.
Detti bisogni di base, costitutivi, sono i seguenti:
Nella S.T. l’importanza che assume il soddisfacimento o meno di detti bisogni di
base, è dirimente.
Infatti, se essi vengono soddisfatti, il soggetto cresce in piena completezza ed
armonia, sicurezza di sé e stabilità;qualora, al contrario, uno o più di questi bisogni
di base,non trovino il dovuto soddisfacimento e gratificazione, si originano quelli che
la S.T. definisce S.M.P. e, cioè “Schemi Maladattivi Precoci”.
Sono quattro (4) i fattori che concorrono all’ingenerarsi degli S.M.P.:
-Il TEMPERAMENTO del soggetto
- L’ATTACCAMENTO, e. cioè, le esperienze educative agite nella prima infanzia, nel
rapporto con le figure genitoriali ed i caregivers, in genere;
-Le ESPERIENZE sviluppate durante l’infanzia e l’adolescenza;
-Il SODDISFACIMENTO dei bisogni fondamentali, di base.
Se, da un punto di vista generale, uno schema può essere definito come una
struttura cognitiva, d’insieme, che assembla, organizza e struttura le esperienze
vissute del soggetto, nel caso degli S.M.P., essi presentano i seguenti aspetti
caratterizzanti:
-Sono costituiti da pensieri, emozioni, ricordi e sensazioni;
- Si sviluppano nella prima infanzia ed adolescenza;
- Sono modalità cognitive omnicomprensive ed omnipervasive;
- Sono utilizzati per comprendere noi stessi e gli altri;
- Sono di relativa consapevolezza, per il soggetto, perché tendono ad operare in
modo sottile e non alla piena luce del sole;
-Pur se accompagnati da turbative emotive, di natura negativa, assicurano a chi li
utilizza, sicurezza e familiarità;
-Sono fortemente resistenti al cambiamento;
-Sono maladattivi e disfunzionali.
Occorre specificare che agli S.M.P., non appartiene il comportamento del soggetto
perché esso, pur elicitato da essi, come loro risposta, ne è distinto e deve essere
analizzato ed indagato, separatamente.
Va altresì, rimarcato, il ruolo negativo svolto dagli S.M.P., dal punto di vista
dell’adattamentoe della funzionalità.
Se negli anni della prima giovinezza, essi possono essere giustificati in quanto
meccanismi di difesa, atti a fornire una qualche forma sicurezza e stabilità, di fronte
alle problematiche di questa parte della vita (pur se accompagnati da una turbativa
emozionale, interna, avvertita dal soggetto), nell’età adulta essi perdono questa
connotazione giustificativa.
I problemi che insorgono, si rivelano,infatti, essere, palesemente difformi, da quelli
dell’infanzia e dell’adolescenza, ed esigono un tipo di affronto che viene negato
dall’utilizzo degli stessi; essi, perciò, si rivelano del tutto disadattivi e necessitanti di
una loro modificazione e cambiamento.
Per Yung, gli S,MP.P, sono diciotto (18), raggruppati all’interno di cinque (5) domini
o macro aree:
1.Abbandono/Instabilità;
2.Sfiducia/Abuso;
3.Deprivazione emotiva;
4. Inadeguatezza/Vergogna;
5. Esclusione sociale/Alienazione
6. Dipendenza/Incompetenza;
7. Vulnerabilità al pericolo ed alle malattie;
8. Invischiamento/Sé poco sviluppato;
9. Fallimento.
10- Pretese/ Grandiosità;
11. Autocontrollo ed autodisciplina insufficienti.
12-Sottomissione;
13. Autosacrificio;
14. Ricerca di approvazione e di riconoscimento.
15- Negatività/Pessimismo;
16. Inibizione emotiva;
17.Standard severi/Ipercriticismo;
18. Punizione
In diretto rapporto con gli S.M.P. si trovano gli “stili di coping” ovverosia le modalità
con cui chi possiede detti schemi, risponde ad essi.
Essi comprendono le strategie ed i piani cognitivi, i comportamenti e le emozioni che
il soggetto mette in atto per fare fronte alle problematiche derivate dagli schemi.
Secondo Young,si deve parlare di tre tipi di “stili di coping”:A.RESA;B.EVITAMENTO;
A.RESA= Il soggetto agisce ed utilizza comportamenti e stili di coping, di tipo
arrendevole rinunciatario, sostanzialmente passivo, che ribadiscono e consolidano
lo schema disadattivo;
A.EVITAMENTO=Il soggetto utilizza l’evitamento e la non compromissione personale
personale come mezzo per far fronte ai propri schemi maladattivi, volgendosi
ad inibire le proprie emozioni perchè fonte di perturbazioni emotive, di fronte ad
eventi causanti difficoltà di affronto ovvero che apportano un indebito livello
di stress.
C.IPERCOMPENSAZIONE= Il soggetto attiva modi di comportamento e stili di coping
che eccedono le modalità normali con cui egli di solito affronta gli eventi.Si assiste a
vere e proprie forzature, ipercompensazioni, nel suo modo di reagire e fare fronte
alle problematiche che ha davanti.
Tutto ciò, peraltro, non porta al superamento degli schemi maladattivi, quanto,
piuttosto, ad un loro mantenimento e consolidamento:
Se nell’infanzia, essi appaiono essere fattori di adattamento alla realtà, nel senso
che si configurano come meccanismi di sopravvivenza,a fronte del disagio percepito,
nelle successive fasi di sviluppo della vita, tutto ciò non ha più ragione d’essere.
Non solo questi stili di coping non producono alcun miglioramento, ma
contribuiscono, in modo importante al mantenimento,consolidamento ed alla
strutturazione degli stessi schemi maladattivi precoci.
Nello S.T. assume un particolare rilievo il concetto di mode.
Esso è concepito come è un insieme di schemi e di risposte di coping che sono
attivate dal soggetto in risposta agli stimoli che provengono dall’ambiente.
Esso, quindi, incorpora tanto gli schemi quanto le strategie ed i piani cognitivi
nonché i comportamenti, con le emozioni annesse: mentre, però, gli schemi sono
stabili e permanenti, le risposte di coping, cambiano e non rimangono le stesse.
Tutto ciò fa sì che gli stessi mode mutino,determinandosi un passaggio da un mode
ad un altro.
Ogni soggetto sperimenta più mode, nell’arco del tempo: ciò che fa la differenza tra
un soggetto sano ed uno con disturbi, è rappresentata dal fatto che nel primo, un
modesi afferma sugli altri, assicurando stabilità del sé, mentre nel soggetto, con
disturbi, tutto ciò non si verifica e si ha perdita di stabilità.
Inoltre, mentre nel soggetto sano, il passaggio da un mode ad un altro è progressivo
ed equilibrato e non provoca fratture, nel soggetto con disturbi, il passaggio avviene
in modo repentino e squilibrato e rappresenta una rottura rispetto ai mode
sperimentati precedentemente.
Secondo Young, esistono quattro tipi di Mode:
1.Mode Mambino;
2.Mode coping disfunzionale;
3.Mode genitore disfunzionale;
4.Mode genitore funzionale.
1.Il mode bambino si divide in quattro sottotipi: A.Mode “bambino vulnerabile”;B.
Mode “bambino impulsivo”;C. Mode “bambino arrabbiato”;D. Mode “bambino
felice”.
Nel mode “bambino vulnerabile”,il soggetto percepisce se stesso come persona
fragile ed indifesa, sentendosi perso, senza l’aiuto di qualcuno che gli assicuri
protezione e sicurezza.
Nel mode “bambino impulsivo”, il soggetto non accetta di dover rimandare
gratificazioni immediate, al fine di poter raggiungere obbiettivi a lungo termine e le
sue reazioni sono prive di controllo e di equilibrio, improntate ad indebita
immediatezza ed impazienza, non adattative e disfunzionali.
Il mode “bambino arrabbiato” è caratterizzato da risposte e reazioni del soggetto
fortemente rabbiose nei confronti di mancati soddisfacimenti dei suoi bisogni
primari: il soggetto non si contiene e tende ad esplodere, di fronte a torti che egli
non accetta.
Infine, nel mode “bambino felice”, il soggetto è sereno e sicuro di sé come un
bambino le cui esigenze ed i suoi bisogni primari sono stati soddisfatti.
2. Relativamente alla seconda tipologia di mode, e, cioè, al mode “coping
disfunzionale, si tratta degli “stili di coping”, di “resa”, “evitamento” e di
“ipercompensazione”, che sono stati da noi già esposti nelle pagine precedenti ed
alla cui trattazione, rimandiamo.
3.La terza tipologia di mode è quella del mode “genitore disfunzionale”e comprende
due sottotipi, “genitore esigente” e “genitore punitivo”.
Nel mode “genitore esigente”,il comportamento del soggetto si associa a schemi
“standard severi” ed “autosacrificio” ed è meglio rapportabile a disturbi di tipo
narcisistico ed ossessivo-compulsivo.
I comportamenti sono indirizzati al raggiungimento dei massimi risultati, in tutto
ciò che il soggetto compie, e sono improntati ad evidente perfezionismo, al fine
del conseguimento di posizioni di rilievo nella vita, come elicitati dalle continue e
e pressanti richieste, dell’esigente figura genitoriale, interiorizzata.
Il mode genitore punitivo, si ritrova con più facilità nei soggetti con disturbo
borderline di personalità e si correla a schemi “punizione” ed “inadeguatezza” e si
associa, con frequenza, ai mode “bambino vulnerabile” e “bambino arrabbiato”.
Il soggetto, in presenza di errori che ritiene di avere fatto, si svaluta e può passare a
veri e propri comportamenti autopunitivi, finanche al suicidio ed al parasuicidio.
4.L’ultima categoria di mode è rappresentata dall’”adulto sano”.
Per quanto concerne la Relazione** Terapeutica, essa, nello S.Therapy, riveste un
ruolo decisamente più importante e più influente rispetto a quello svolto nella
terapia “standard”, di Beck e di Ellis.
Essa si incentra sul concetto di “LIMITED REPARENTING”, ossia sul diverso ruolo
che il Terapeuta assume all’interno della Relazione affinche i suoi bisogni primari,
ancora inevasi, possano essere soddisfatti.
Il T.interpreta il ruolo ed assume le vesti di un “genitore buono”,tale da assicurare al
soggetto protezione,cura,stabilità e sicurezza e da proporsi come modello da imitare
, da internalizzare.
A tal fine, il T. mette in atto, atteggiamenti e comportamenti, non asettici, e neutrali,
freddi e distaccati, ma caldi,comprensivi, partecipativi, in una parola, “empatici”, tesi
a favorire in quest’ultimo la presa di coscienza della possibilità che i suoi bisogni
primari, ancora inevasi, possano essere soddisfatti.
In particolare, nel fare questo, il T. è in grado di interfacciarsi con il paziente, nella
maniera più adeguata, perchè egli assolve il suo compito, proprio tenendo conto dei
bisogni diversi che caratterizzano ogni paziente (già rilevati nell’assessment) ed
adattando, in modo flessibile e mirato, i suoi comportamenti, a questa diversità.
Più che una tecnica in senso proprio, il “LIMITED REPARENTING”, deve essere
considerato come una modalità di approccio, quasi uno strumento terapeutico, che
attraversa tutto il decorso della terapia e che comporta un monitoraggio continuo
del T.verso i bisogni del paziente, in modo tale che il T.possa fare fronte ad essi, nel
migliore modo possibile (A cura di G.Melli e di C.Sica, 2015)
1.ASSESMENT=E’ la prima fase del trattamento ed ha come proprio obbiettivo
quello di portare il paziente ad identificare gli S.M.P che improntano la sua condotta
e di renderlo consapevole del fatto che essi hanno avuto origine, nei suoi primi
suoi primi anni di vita.
Essa comprende il racconto della storia di vita, la storia del problema,la
Psicoeducazione, l’assegnazione di esercizi di automonitoraggio, l’utilizzo di
questionari self-report, l’esercizio di esercizi di immaginazione (Young, 2003)
Si conclude con la Concettualizzazione del Caso, la quale fornisce i seguenti riscontri:
1.Vengono specificati e ridefiniti i problemi attuali che hanno portato il paziente a
rivolgersi allo psicoterapeuta;
2. Viene ribadito il ruolo determinante dell’ambiente, in quanto non soddisfacente i
bisogni primari del soggetto, nel sorgere degli schemi;
3.Vengono ridetti gli schemi ed i mode maladattivi, presenti, associandoli ai
contesti attuali, nei quali essi esercitano la loro azione;
4. Vengono, altresì, chiarite le strategie di coping che il paziente ha messo in atto
nel passato e che continua ad esercitare,nell’oggi e le distorsioni che caratterizzano,
attualmente, il suo sistema cognitivo (A cura di G.Melli e di C.Sica, 2015).
2.INTERVENTO COGNITIVO= Successivamente all’Assessment, viene dato inizio alla
terapia vera e propria, con la messa in atto dell’intervento cognitivo.
Esso si struttura in due fasi: la prima, di riconoscimento dell’incidenza degli schemi
maladattivi, nei fatti del presente, la seconda, quella di modificazione degli schemi
maladattivi e di loro sostituzione, con altri e diversi schemi, funzionali.
In un primo tempo, il T. guida il paziente al riconoscimento dell’attivazione degli
schemi e dei mode nel contesto di vita attuale, all’individuazione delle modalità, con
le quali essi esplicano la loro azione ed alla considerazione delle conseguenze
negative che si originano da essi.
Tutto ciò viene svolto tramite l’utilizzo di tecnice conitivite “standard”, quali l’uso el
dialogo socratico, l’utilizzo di un diario giornaliero con cui il soggetto automonitora i
propri pensieri, l’analisi dei pro e dei contro, legati alla conservazione delle proprie
convinzioni di fondo.
Il fine è quello di fare in modo che il paziente possa acquisire un senso di criticità e
di distanziamento cognitivo dagli stessi schemi.
Una volta che il soggetto ha riconosciuto l’azione degli schemi nell’oggi, si passa alla
seconda fase che ha come proprio obbiettivo la confutazione e vera e propria degli
schemi.
Per ottenere tutto ciò, il T. guida il paziente ad un confronto tra argomenti, opposti,
che da una parte, sorreggano la veridicità degli schemi e, dall’altra, conducano ad
una disconferma ed invalidazione, di detta veridicità.
Viene utilizzata, a ciò, anche la tecnica dello schema-diary.
Quanto, per fare sì che il soggetto acquisisca piena e totale convinzione,nell’opporsi,
a livello cognitivo, all’attivazione dei pensieri, delle emozioni e delle sensazioni,
originantesi dagli schemi.
Infine, il paziente, apprende a mettere in pratica, prima, in seduta e, poi, nella
concretezza della realtà, le tecniche cognitive, fatte proprie.
3.INTERVENTO ESPERENZIALE=L’intervento esperenziale è attuato al fine di incidere
sulla forza emozionale degli schemi e di attenuarne e smussarne la forza:tutto ciò
può essere ottenuto tramite una gratificazione, anche se incompleta, dei bisogni
primari emotivi che, in passato, nella sua infanzia, il soggetto non aveva potuto
soddisfare.
Sono tre (3) le tecniche esperenzali, successive all’intervento cognitivo:
A.IMAGERY WORK FOR REPARENTING= Il T.guida il soggetto ad andare indietro
nel tempo e lo stimola affinchè egli possa fare riaccadere, in immaginazione, un
momento , una situazione, un accadimento, spiacevole, inerente ai primi anni di
vita ed al rapporto con le figure accudienti.
Una volta che il soggetto, nella sua mente, ha ricostruito l’accadimento negativo, il
T.gli pone varie domande, relative al dove egli si trovi, al che cosa egli faccia, a che
cosa egli faccia e al che cosa egli pensi, all’interno di quel contesto.
Successivamente, il T.chiede al soggetto-bambino di poter entrare nell’immagine, e
di poter aprire un dialogo,lui, direttamente.
Gli chiede se può fare qualcosa, per lui, se può venirgli incontro, in qualche modo ed
una volta avuto risposta positiva, si muove in questa direzione.
In un secondo momento, potrà essere la parte sana del soggetto, il genitore
funzionale, a sostituirsi al T.
B.IMAGERY DIALOGUES= In questa seconda tecnica esperenziale, la procedura è
quella di aiutare il soggetto-bambino a lottare contro lo schema ed a prenderne,
progressivamente, le distanze, in modo tale che esso diventi ego-distonico.
Il T. autorizza il soggetto-bambino a rivendicare, nel dialogo immaginario con le
figure significative, i suoi bisogni emotivi, primari, insoddisfatti e , nel fare ciò, ad
esprimere per intero la propria rabbia, con diversi tipi di frasi.
C.IMAGERY FOR PATTERN BREAKING=E’un’altra tecnica esperenziale,utilizzata nello
Schema Therapy, per fare sì che il soggetto possa modificare i propri stili di coping
,di evitamento e di ipercompensazione, che favoriscono il mantenimento degli
schemi maladattivi e disfunzionali.
Il T. porta il soggetto a concepire, in un contesto specifico e ben individuato , in
immaginazione, la messa in atto di comportamenti più funzionali ed adattivi che
prendano il posto di quelli disfunzionali,utilizzati,fino ad allora,dallo stesso soggetto.
Ad esempio, in ambito lavorativo, il soggetto potrebbe immaginare una situazione in
cui egli provveda a far richiesta, al proprio superiore, di un incarico importante:
comportamento, questo, da cui si era sempre ritratto, in maniera sistematica
( stile di coping, di evitamento).
Dall’immaginazione, il paziente è,poi, aiutato a passare alla realtà concreta, nel
fare fronte ai problemi,(coping), in modo che egli diventi consapevole,di come,detto
cambiamento possa portare ad una vita diversa, decisamente più soddisfacente.
C’è da aggiungere che oltre alle tecniche soprariferite, rientrano nell’ambito delle
tecniche esperenziali, anche il role-playing e la tecnica della sedia, di origine
gestaltica.
Tramite il role-playing, il paziente ,cambiando alternativamente, ruolo, con il T., ed
assumendo punti di vista, diversi, ha la possibilità di comprendere punti di vista,
nuovi, diversi dai propri.
Anche l’utilizzo della tecnica delle due “sedie” , (Kellog, 2004), rende possibile al
soggetto l’acquisizione, a livello emozionale, di punti di vista diversi dai propri,
nella discussione con il T. ed a riconoscere come veri i propri bisogni.
4. INTERVENTO COMPORTAMENTALE=E’ la parte conclusiva della S.T..
Dopo che sono stati effettuati gli interventi sull’assetto cognitivo e su quello
affettivo-emotivo, si tratta,ora, di condurre il paziente a modificare i propri repertori
e pattern comportamentali.
Avrebbe,infatti, poco significato la modifica degli schemi cognitivi ed esperenziali, se
ad essa non facesse seguito quella di sostituzione degli usuali pattern di
comportamento, disadattivi e disfunzionali, con altri pattern comportamentali,
assicuranti coerenza ed integrazione, con gli interventi già svolti.
Il mantenimento di stili di comportamento inadeguati finirebbe con l’interferire, in
senso negativo, sulle positività acquisite e darebbe adito a fare riemergere le
negatività, date per risolte.
Le tecniche che vengono utilizzate dal T. per raggiungere questo obbiettivo sono le
seguenti:assegnazione di esercizi comportamentali da svolgere a casa, tra le sedute
,(Homework) ,il “modeling”,il “role-playing”, l’utilizzo di flash-cards e di rinforzi e di
di ricompense che il soggetto assegna a se stesso (Rafaeli et al., 2011).( Rafaeli
E.,Bernstein ,D.P.,& Young,J.E. ,2011, “Schema Therapy.The CBT Distinctive Features
Series ”.New York: Routledge. Trad.it. “Schema Therapy. Fondamenti di base e
differenza dalla terapia cognitiva”.Sassari:Istituto di Scienze Cognitive Editore).
“Un asino affamato ed assetato è accovacciato esattamente tra due
mucchi di fieno,con vicino ad ognuno, un secchio d’acqua , ma non c’è
niente che lo determini ad andare da una parte piuttosto che dall’altra.
Perciò, resta fermo e muore” (Giovanni Buridano,1295-1300 circa-1361)
In psicologia ed in psicoterapia, con il termine procrastinazione ci si riferisce ad un
determinato tipo di comportamento,, più o meno allargato ai vari contesti di vita,
(studio,lavoro,relazioni, gestione di se stessi e delle proprie finanze),in virtù del quale
si rimandano,si dilazionano e si posticipano nel tempo,azioni e condotte,da attuarsi,
di preferenza, nel presente o quanto meno in un circoscritto spazio di tempo.
Il termine deriva dalle parole latine “ pros”, (preposizione),”verso”, “in favore di ” e
da “crastinus”, (aggettivo), “avanti”.
Se è vero che non c’è nella vita chi non abbia procrastinato, e che il soppesare, il
ponderare, possiede caratterizzazioni di indubbia positività, è altrettanto vero che
ciò che si intende con procrastinazione,non è il non operare immediatamente ma lo
spostare nel tempo ciò che, anche dopo attenta ponderazione, è stato già deciso,
pianificato.
La procrastinazione, in questo senso, è il contrassegno, la distanza che emerge tra
tra ciò che è stato già pianificato, che vorremmo fare, e ciò che effettivamente viene
fatto.
Il problema del rimandare, del posticipare, del procrastinare coinvolge direttamente
la consapevolezza presente nel soggetto, del proprio interesse a dovere fare quanto
deciso ,e l’avvertenza delle possibili conseguenze negative,che derivano dal mancato
assolvimento di ciò ( Van Aerde, 2003).
Come afferma Dryden (2001) la procrastinazione è “il rinviare a domani quello che
è nel nostro interesse fare oggi”.
Secondo questo autore (ibidem), sono tre gli elementi essenziali che costituiscono
la procrastinazione:
1.Si è in presenza di un compito che è nel nostro interesse dovere mettere in atto e
della cui utilità, si è pienamente consapevoli:
2.Vi è la consapevolezza della necessità di dovere svolgere il compito entro uno
spazio temporale circoscritto oltre il quale l’azione svolta finisce per perdere
efficacia;
3. Per cause più disparate , il compito viene differito, dilatato, spostato nel tempo,
anche oltre i limiti della sua effettiva efficacia, in modo tale che la sua ritardata
attuazione,finisce per depotenziare, gli esiti voluti,con tutte le conseguenze negative
che, nelle varie fattispecie, possono derivarne.
Ovvero, è,anche possibile che il compito pianificato,finisca,per non essere nemmeno
iniziato.
Le cause della procrastinazione sono molteplici ed hanno diverso e soggettivo livello
di incidenza ( Steel, 2007):
-SCARSA MOTIVAZIONE= Il compito da svolgere riveste relativa importanza e, per di
più, non è particolarmente attraente. Può, perciò, essere differito nel tempo, senza
ingenerare problemi di sorta;
-ECCESSIVA IMPULSIVITA= Lo stimolo all’azione, se ,da una parte, possiede un ruolo
positivo, facilitando e dinamicizzando l’azione, ha, dall’altra parte conseguenze
negative, quando diventa eccesso, immediatezza non organizzata, mera impulsività,
che produce confusione e disordine. I problemi che paiono essere stati affrontati per
intero, risultano essere solo abbozzati. Si deve ritornare a riprenderli in carico, con
aggravio di fatica e di stress che riduce la motivazione e produce frustrazione
(Schouwenberg 1995).
LVELLO DI ASTRAZIONE DEL COMPITO=E’ risultato dalle verifiche della Construal
Livel Theory, di Liberman e Trope (Liberman e Trope, 1998) che,più è alto il livello di
astrazione e più aumenta la carenza di concretezza, con la quale un compito viene
rappresentato, più esso appare essere distante e di più difficile realizzazione. Da qui,
la dilazione e la procrastinazione.
concetto svalutativo di sé, si stima e si valuta poco (Balkis e Dusa, 2007). Inoltre, egli
percepisce, nell’affronto dei problemi, di non possedere le qualità e le abilità
necessarie, per portare avanti con successo le azioni da compiere e conseguire il
risultato desiderato. Non sente e non avverte efficacia, in quello che fa (Bandura,
1977; Bandura 2000; Ajzen 1998; Judge e Bono,2001)
- LOCUS OF CONTROL ESTERNO (Rotter, 1966 )= Qualora la causa di mancati risultati
venga attribuita non a cause interne (“locus of control interno”), ma ad forze ed
accadimenti esterni, (“locus of contro esterno”), tutto ciò, favorisce l’attuarsi della
procrastinazione.
Infatti, esso menoma l’attitudine del soggetto a passare all’azione e rafforza,invece,
il rinvio della stessa,perché egli avverte che le cause esterne, responsabili, sono fuori
dal suo controllo e non modificabili.
-PERFEZIONISMO= Il soggetto non si perita di dare inizio ovvero di perseverare nel
compito avviato, ritenendolo di non poterlo svolgere nella maniera migliore così da
non poter impedire, da parte degli altri, giudizi e valutazioni negative sul suo conto.
Il giudizio degli altri svolge un ruolo di vera e propria deterrenza, a protezione della
autostima. Qualora vi sia la possibilità che esso sia negativo, decade ogni stimolo
ed ogni motivazione all’azione: il compito viene messo da parte ed accantonato ,
venendo sostituiti con compiti più agevoli, in cui si ha la sicurezza di una valutazione
positiva ( Onwuegbuzie 2000 );
-PAURA DELL’INSUCCESSO=In questo caso è la paura dell’insuccesso e meno il
giudizio degli altri, a giocare un ruolo dirimente, nell’innesco della procrastinazione.
Così, si tende a dare inizio ed a perseverare in quelle condotte ed azioni che più
facilmente possono avere esiti positivi. Quelle condotte e pratiche che possono, con
più probabilità, avere esiti negativi, tendono ad essere accantonate, come messe in
un angolo, rinviate e spostate al domani,
-PAURA DEL SUCCESSO=Anche se può sembrare strano, la stessa paura del successo
può favorire la procrastinazione.
Ciò si verifica, quanto l’anticipazione di un possibile successo, produce nel soggetto
senso di colpa, perché egli non reputa, anticipatamente, di meritare quanto a lui
potrebbe essere attribuito e riconosciuto.
Inoltre, ciò causa in lui preoccupazione ed ansia anticipatoria perché, nel caso che
riceva consensi e riconoscimenti, non si reputa all’altezza, di poterli mantenere nel
tempo;
RIBELLIONE= Una possibile causa di procrastinazione, infine, può, anche, essere
rappresentata dalla ribellione.
Essa è causata dal dovere svolgere compiti imposti e sgraditi, ingeneranti scarsa
tolleranza e rabbia.
Da qui la ribellione e la posticipazione dei compiti, per dimostrare di andare contro
coloro che li hanno commissionati.
La procrastinazione, in linea generale, attiene ad ambiti specifici e circostanziati di
attività, possedendo, perciò,caratterizzazioni che sogliono essere definite di “stato”
e non di “tratto” (Giusti, 2013).
Esse, infatti, rimandano non ad atteggiamenti e comportamenti, che connotano in
senso strutturale il soggetto che procrastina,ma che sono legati a quadri e contesti
di attività, limitati e circostanziati, elicitanti a risposte psicologiche, di tipo specifico
e settorializzato.
Quando, invece, la procrastinazione si estende ad un’area abbastanza estesa di aree,
insorge la domanda tale comportamento dilatorio, possa assumere caratteristiche di
vero e proprio “tratto”, attinente,cioè,alla struttura psicologica più profonda, stabile
, di colui che procrastina
In linea generale, nel rispondere a questa domanda, piuttosto che parlare di tratto,
inteso come elemento costitutivo fisso,strutturale,si preferisce parlare di “cronicità”,
mettendo l’accento, essenzialmente, sul ruolo della reiterazione nel tempo, della
posticipazione attuata.
Si parla, allora, di “procrastinazione cronica” (Ferrari, 1995)
Per alcuni, però, tutto ciò non è sufficiente, in specie, nel caso in cui il procrastinare
coinvolga numerose nonché determinanti aree di attività (studio, lavoro, relazioni
sociali, impegni pubblici, finanza, gestione ed amministrazione dei propri beni, ecc…
ecc……).
In questo caso la dicitura “procrastinazione cronica”, appare non rispecchiare
adeguatamente lo stato dell’arte e si propende per la caratterizzazione di “tratto”
(Blunt,1998).
A questo proposito Crea (Crea et al.1989) fa presente che la procrastinazione, in
quanto fattore direttamente contraddicente il “tratto” COSCIENZIOSITA, che sta per
uno dei cinque elementi costituenti il “BIG FIVE” (Goldberg, 1981), non può che
condividerne la medesima struttura di “tratto”.
C’è, poi, chi come come Steel, (2007), alla luce delle numerose ed approfondite
verifiche metacognitive svolte, parla della procrastinazione, come di un vero e
proprio disturbo psicopatologico, da doversi ragguagliare a disturbi di dipendenza
compulsivi, quali il gioco d’azzardo patologico e la dipendenza da sostanze.
Chi sono i procrastinatori? Chi è che procrastina?
Secondo Ferrari, (Ferrari, 1992) essi si distinguono in tre ordini di classi: le prime
due, rinvianti ad una matrice comportamentale,la terza,preferibilmente,ad impronta
cognitiva:
1.PROCRASTINATORI DA AROUSAL=Si tratta di coloro che tendono a dilazionare ed
a procrastinare, come per vincere una gara contro se stessi. Essi, volutamente,
aspettano di attuare attuare le pratiche e le condotte congruenti al raggiungimento
dell’obiettivo, già pianificato, all’ultimo momento, “all’ultimo tuffo”.
Sono tipi di persone che hanno la necessità di sperimentare emozioni e sensazioni
particolarmente gratificanti ed eccitanti, derivanti dai brividi dell’intenso stress
positivo, (“eustress”), accompagnante il superamento della prova ed il successo
ottenuto.
Tutto ciò permette loro di incrementare l’ autostima e funge da rinforzo positivo,per
la reiterazione di questa modalità comportamentale in successivi contesti e
situazioni.
In loro predomina nettamente la dimensione temperamentale NOVELTY SEEKING
( RICERCA DELLA NOVITA’, Cloninger,1993): essi possono essere definiti “novelty
sekers”( ricercatori di emozioni”.
2. PROCRASTINATORI EVITANTI, ( AVOIDERS)= Sono tutti coloro che hanno paura di
mettere in atto, nel presente, gli atti ed i comportamenti necessarii, ai fini del
raggiungimento di obiettivi già pianificati. Resta l’obbiettivo ma viene rinviata,
spostata al domani, la sua concreta attuazione. Tutto ciò si verifica per tre possibili
possibili ordini di ragioni:
A.Essi possiedono scarsa fiducia in se stessi; B.Hanno paura di fallire; C.Hanno paura
del giudizio degli altri che possa menomare, in modo significativo, l’autostima,
l’apprezzamento verso se stessi, già, non molto eccelso;
3.PROCRASTINATORI DECISIONALI= In questo caso, si tratta non di coloro che, per
paura rinviano l’attuazione di compiti, già prestabiliti, ma di coloro che rimandano
ad un domani indefinito, la vera e propria assunzione delle decisioni che peraltro,
dovrebbero essere prese in un prestabilito arco di tempo.
Alla base di questa tipologia di procrastinazione non vi sarebbero cause di matrice
comportamentale, come nelle due precedenti specie ma , prevalentemente, motivi
afferenti, alla sfera cognitiva.
Sarebbe, infatti, dirimente, nell’innesco della procrastinazione la rappresentazione e
l’anticipazione negativa, di natura cognitiva, delle possibilità di poter operare scelte
opportune e soddisfacenti (Giusti, 2013).
Più recenti ricerche e verifiche, (Ramirez Basco,2011), hanno individuato la presenza
di sei tipologie di procrastinatori:
4. PROCRASTINATORI EVITANTI= Si tratta di coloro che,come mezzo di gestione dei
compiti, sono portati ad utilizzare, in prevalenza, strategie di differimento e di
posticipazione,come modalità precipue, di “problem solving”;
5.PROCRASTINATORI DISORGANIZZATI =Sono coloro che non riescono a organizzare
, in modo adeguato, le attività da svolgere,che fanno fatica a decidere le priorità da
assumere,non possedendo un ordine dei lavori a cui attenersi: che mostrano una
una non proficua ed adeguata gestione del tempo;
6.PROCRASTINATORI INSICURI= Si tratta di coloro che ha un ridotto e deficitario
concetto di se stessi, un basso livello di autostima e di autoefficacia, che accresce
la loro paura di sbagliare e di fallire, con abbandono dei compiti, se anche iniziati e
differimento degli stessi, ad altra data;
7.PROCRASTINATORI PASSIV0-AGGRESSIVI=Sono quelli che, in maniera deliberata,
mettono in atto comportamenti procrastinatori, per punire le persone che hanno
loro affidato gli incarichi da svolgere, a loro non graditi;
8. PROCRASTINATORI PERFEZIONISTI= Si tratta di persone fortemente impegnate
ed attive che prendono in carico molti compiti, troppi ma che, poi, per l’impossibilità
l’impossibilità pratica di attuarli, finiscono per abbandonarli e non portarli a termine.
9.PROCRASTINATORI EDONISTI=Sono caratterizzati,in senso proprio, da pigrizia e da
da ricerca del piacere che li porta a differire compiti di maggiore complessità e di
gratificazione meno immediata, per indirizzarsi verso quelli più facili ed apportatori
apportatori di gratificazioni immediate.
Il procrastinare, il differire nel tempo, nel lontano, dà un’immediata sensazione di
distensione, di benessere,di rassenerazione. Il soggetto si sente più leggero e sereno
perché viene meno una fonte di preoccupazione e di stress.
Ma il comportamento dilatorio è, in realtà, un mero comportamento di evitamento
che ha come esito e risultato niente altro che un rinforzo di tipo negativo (Knaus,
2010 ) che non elimina il problema; non solo lo fa restare in vita, ma lo rafforza e lo
intensifica.
E’ un fatto, sul quale tutti concordano e su cui nessuno dissente che la pratica della
procrastinazione produce, nel tempo, effetti negativi, chiaramente avvertibili, quali
mancanza di serenità,non tranquillità,ansia, scoraggiamento, diminuizione del livello
di autostima e del senso di autoefficacia.
In contemporanea alla procrastinazione, si fa strada, in modo sempre più crescente
Ed intenso, il senso di insoddisfazione che può trasformarsi in un vero e proprio
senso di colpa.
Ci si rende via via conto che il problema, differito e rinviato nel tempo, poteva
essere già stato risolto e superato; esso è di nuovo, lì, davanti a noi, ed incombe
sopra di noi, insuperata minacciosità. Anche perché i tempi, per un eventuale rinvio,
appaio essere sempre più ristretti.
Alle conseguenze psicologiche negative, esito della procrastinazione, tendono a
corrispondere anche sintomi fisici:cefalee, emicranie, mal di stomaco, mal di pancia,
pancia, difficoltà di equilibrio, possibili problemi del sonno,eccetera….eccetera…..
Oltre alla decurtazione della spinta all’agire, al fare, viene menomata anche
l’espressione della capacità di “problem-soving”, pure potenzialmente posseduta
dal soggetto.
Il livello dei fini e degli obiettivi da raggiungere, si abbassa e vengono scelti fini ed
obbiettivi sempre più ridotti, che possono portare, anche ad un senso di profonda
insoddisfazione e frustrazione, che può aprire le porte ad una vera e propria,
depressione (Beck, 1972).
Peraltro, la procrastinazione sia come fattore concorrente alla loro genesi sia come
elemento non secondario di mantenimento degli stessi, è stata vista essere fattore
direttamente coinvolto in numerosi quadri psicopatologici, quali i disturbi d’ansia,
il disturbo ossessivo-compulsivo ed i disturbi di personalità, di tipo narcisistico,
borderline ed antisociale (Salvatori, 2013).
Recenti indagini svolte,sembrano averne appurato,inoltre il ruolo fortemente attivo,
nella formazione del disturbo da ADHD ( Niermann, 2014 ).
Per le forme di procrastinazione più contenuta (”Procrastinazione di stato”, Giusti
2013), tra gli approcci psicoterapeutici più indicati, per la sua comprovata validità
ed efficacia, un posto di indubbio rilevo è occupato dalla psicoterapia cognitivo-
comportamentale.
Verrebbe, nella fattispecie,posto in atto non l’intero “iter” psicoterapeutico, ma solo
quello limitato all’intervento di PSICOEDUCAZIONE
Detto “iter”, si estrinsecherebbe,nella partecipazione ad alcune sedute terapeutiche,
nelle quali il soggetto, sotto la guida del terapeuta, non solo acquisirebbe una
corretta e completa conoscenza della reale natura della problematica dilatoria, ma
potrebbe,riconoscersi, con certezza,in una delle varie tipologie che la caratterizzano.
Inoltre, verrebbe guidato alla comprensione di quei fattori che hanno contribuito a
fare nascere il disturbo e di quelli che concorrono a mantenerlo; nonché, si
renderebbe possibile, per lui, l’assimilazione, con piena avvertenza di causa, di tutte
le conseguenze negative che una tale modalità operativa comporta.
Infine, egli anche se in linea generale, tramite anche indicazioni e suggerimenti di
massima, inerenti al “ problem solving”, potrebbe acquisire capacità migliorative di
gestione della problematica procrastinatoria.
Quando, invece, la procrastinazione si presentasse di tipo “cronico”nonchè tendente
ad avvicinarsi ad esiti di “stato”, ( “Procrastinazione cronica”, Ferrari 1995; tratto,
Blunt 1998 e MCCrea et al.1989), il solo intervento psicoeducativo non si rivelerebbe
sufficiente e si renderebbe necessaria l’attuazione di un intero percorso terapeutico,
cognitivo-comportamentale.
E’ da rimarcare come l’approccio cognitivo-comportamentale, si basi sull’assunto
che tra pensieri, emozioni e comportamenti, vi sia un rapporto inscindibile e molto
complesso, all’interno del quale i pensieri costituiscono “il fulcro”, l’agente, il fattore
determinante. (Hobson, 2000 )
In particolare, per A.Beck ( 1967), ideatore della psicoterapia cognitiva, poi mutata
in psicoterapia cognitivo-comportamentale, devono riconoscersi particolari tipi di
cognizioni, di natura semisconoscuta ed automatica, da lui definiti “pensieri
automatici negativi” o “PAN” (acronimo),che sono a monte delle emozioni negative
e dei comportamenti disfunzionali che caratterizzano i vari disturbi.
Il compito del terapeuta sarà quello di condurre il soggetto all’identificazione di
Queste cognizioni come disfunzionali e disadattive ed alla loro sostituzione con altre
,di valore funzionale ed adattivo.
Tutto ciò si renderà possibile tramite l’utilizzo di specifiche modalità operative, da
parte del terapeuta,quali il dialogo socratico e la scoperta guidata nonché per mezzo
di tecniche sia cognitive che comportamentali ed immaginative, tra le quali la
più importante è la ristrutturazione cognitiva (Semerari,2000).
Così, in relazione ad una tipologia procrastinatoria, di tipo evitante, l’analisi dei
pensieri automatici , permetterà al soggetto, di riconoscere come l’emozione,
negativa, di paura, ed il comportamento procrastinatorio, ad esso associato, siano
dovuti alla convinzione ed alla percezione di sé come “ persona inadeguata”, inferita
dai PAN considerati.
Potrà egli ugualmente rendersi edotto, nel caso di una tipologia procrastinatoria,
di tipo perfezionistico, come l’emozione di vergogna e la mancata attuazione
comportamentale di quanto già pianificato, trovi spiegazione nella percezione e
convinzione, profonda e strutturata, che “nella vita tutto ciò che non è perfetto non
ha reale valore”, ricavabile dall’analisi degli stessi PAN.
L’utilizzo, congiunto, di tecniche comportamentali, da parte del terapeuta, che
dovranno essere congruenti con la tipologia procrastinatoria selezionata, potrà
fare sì che il soggetto il soggetto acquisisca reali miglioramenti, relativamente al
senso di autostima ed autoefficacia posseduto ed alle sue capacità di “problem
solving”.
Menzoniamo quelle che ,a nostro avviso, appaiono ricoprire maggiore importanza:
-TECNICA DEL CONTROLLO DEGLI STIMOLI=Essa consiste nelle specifiche modalità
di comportamento, indirizzate a rimuovere quei fattori che sono stati individuati
come ostacolanti l’inizio delle attività da svolgere,per favorire il passaggio all’azione;
--TECNICA DEL POMODORO ( Cirillo, 2019) = E’ una tecnica comportamentale che si
avvale di sei (6) fasi:
1.Pianificazione delle attività della giornata;
2.Eliminazione di tutte le possibili fonti di distrazione;
3.Impostazione del timer, per 25 minuti no-stop, di intero lavoro;
4. Esecuzione del compito fino al suono del timer;
5.Ogni compito svolto (Pomodoro), per 25 minuti, praticare una piccola sosta, dai 3
ai 5 minuti;
6. Svolti quattro cicli di lavoro (4 pomodori), fare una sosta più prolungata che vada
dai 15 ai 30 minuti.
-TECNICHE DI AUTOCONTROLLO (Kanfer,1977)= Essa prevede, in successione, tre
forme di pratiche o condotte:
A.AUTOMONITORAGGIO= E’ costituito da comportamenti attenzionali individuati,
nei quali l’attenzione viene indirizzata a rintracciare il dove, il come ed il quando
della procrastinazione; nonché l’entità della sua forza;
B.AUTOVALUTAZIONE= E’ costituito da condotte di valutazione, relativamente alla
emissione dei comportamenti adeguati o meno, ai fini del fronteggiamento della
procrastinazione;
C.AUTORINFORZO=E’ costituito da pratiche di autosomministrazione di ricompense
di premi, coevi al riuscito svolgimento dei sottocompiti e dei compiti prestabiliti,
con funzione di rinforzo operante (Kanfer, ibidem );
matrice comportamentale, con lo scopo di eliminare i comportamenti evitamento
( Wolpe, 1958 ).
Dovendosi considerare la procrastinazione come una chiara esemplificazione di
evitamento, questa tecnica appare del tutto pertinente, ai fini del superamento
dell’ansia, direttamente elicitante l’evitamento.
In un primo momento, verrebbe insegnata al paziente una risposta agonizzante nei
confronti dell’ansia, come ad esempio una tecnica di rilassamento, (Rilassamento
progressivo di Jacobson o altro; Jacobson,1938 ).
In un secondo, successivo momento, il soggetto, verrà esposto , in ordine crescente
di grado di ansiosità, percepito, a situazioni ed a contesti, elicitanti procrastinazione,
in vivo o più tipicamente in immaginazione.
Detta modalità operativa, potrà svolgere il ruolo di controcondizionamento, efficace
contro l’insorgere dell’ansia e della successiva procrastinazione, concorrendo alla
sua attenuazione.
L’utilizzo di una o più tecniche comportamentali, potrà permettere al soggetto di
pervenire a due risultati.
I rinforzi positivi, prodotto dal superamento di sotto-compiti, prima concordati con il
terapeuta, potrà fungere, a livello metacognitivo, da “volano”, per la maturazione
della consapevolezza di potere controllare le emozioni negative, innescanti la stessa
procrastinazione.
Ne potrà, anche, rafforzare il senso di “” (“Agenty”, Bandura, 2001) e, cioè, la
consapevolezza di essere soggetto veramente attivo, nel poter incidere realmente
sopra di essa e pervenire al suo superamento.
L’ultima parte del percorso terapeutico, una volta che il soggetto abbia acquisito
piena convinzione della necessità di sostituire le vecchie convinzioni, disfunzionali e
didadattive, con altre, diverse, funzionali ed adattive, sarà dedicata alla verifica della
validità e dell’efficacia, di quest’ultime nella realtà.
Ciò potrà avvenire, per mezzo dell’attuazione di “esercizi comportamentali”, prima
concordati, in seduta, con il terapeuta in seduta, la cui riuscita, rappresenterà il
termine dell’iter terapeutico (Semerari, 2000).
Controlli ulteriori, a tre (3), sei (6) e dodici (12) mesi, costituti da più di un colloquio
e dallo svolgimento di test specifici e mirati,verificheranno l’avvenuta stabilizzazione
del del superamento della procrastinazione.
Negli ultimi anni, la procrastinazione da questione psicologica, secondaria e di
circoscritto interesse, come avvenuto in precedenza, è passata a diventare una
problematica di riconosciuta importanza.
Tutto ciò in ragione delle evidenze, riportate dalle indagini scientifiche, svolte su di
di essa, mostranti con evidenza di dati clinici, l’estensione ed anche l’entità di tutte
le conseguenze negative, possibilmente da essa derivabili.
E’ stato visto come queste riguardino non solo l’ambito della salute ma abbiano a
a che fare con i domini centrali della vita, :lo studio, il lavoro,le amicizie, le relazioni
relazioni interpersonali, la gestione di sé, la gestione finanziaria dei propri averi.
Ci si è accorti,così, come la procrastinazione incida, in maniera fortemente limitante
e menomativa, (più di quello che prima si riteneva) su un po' tutti i processi personali
conducenti al raggiungimento dell’obiettivo di autorealizzazione, presente in ogni
singolo individuo
Il problema è cresciuto sempre più all’attenzione della comunità scientifica, anche
per la vastità dei soggetti, colpiti da procrastinazione “cronica”:sembra, infatti, che il
20% della popolazione, una persona su cinque, soffra di procrastinazione, tendente
alla cronicità nella popolazione universitaria, la procrastinazione riguarderebbe,
addirittura, l’80% degli studenti ( Steel, 2007).
A livello neurobiologico, è stato visto come l’attività procrastinatoria si collochi
all’interno del contrasto esistente tra le attività della “funzione esecutiva” e quelle
della “regione talamica”, del sistema nervoso centrale ( Steel,2011; Rabin et al.2011)
L’azione della prima, risiedente nelle procedure di pianificazione, di controllo e di
autoregolazione delle condotte da portare avanti, ai fini dei risultati da conseguire,
sarebbe depotenziata dall’azione della seconda, reclamante gratificazioni immediate
e non rinviabili.
Tutto ciò avrebbe una ricaduta negativa, oggettiva, nelle capacità di attenzione,
concentrazione, di inibizione delle distrazioni ed in quelle di perseveranza rispetto
al fine da raggiungere: fattori, tutti questi, tra quelli di maggiore rilevanza, per
quanto concerne l’inizio ed il mantenimento della procrastinazione (Steel, 2011).
L’eccessività dell’azione talamica, sembrerebbe potersi ricollegare alla dimensione
temperamentale rinvenuta da Cloninger ( 1993) della NOVELTY SEEKING (RICERCA
DELLE SENSAZIONI), di natura costituzionale ed originaria.
Il deficit di mantenimento delle azioni e delle pratiche, necessarie ai fini del
conseguimento degli obiettivi pianificati, sembrerebbe avere diretti rimandi con
l’altra dimensione temperamentale, della PERSISTENZA ( PERSISTENCE, Cloninger,
ibidem).
A quest’ultima, di matrice temperamentale, sembrerebbe doversi ricollegare l’altra
dimensione, di matrice caratteriale, definita dallo stesso Cloninger “DIRECTEDNESS”
Essa sarebbe direttamente coinvolta nelle difficoltà di controllo, di regolazione e di
adattamento, tipicizzanti la procrastinazione. (Cloninger, ibidem)
A livello psicoterapeutico, relativamente all’intervento cognitivo-comportamentale,
già richiamato,potremmo dire che, allo stato dell’arte, siamo ancora nella situazione
di ” lavori in corso”, dal momento che esistono numerosi aspetti di essa, da dovere
approfondire e sistemare (Salvatori, 2013).
In particolare, ci riferiamo all’esatta collocazione diagnostica da attribuire alla
procrastinazione, (se disturbo di stato, ovvero di tratto ovvero disturbo autonomo,
come ipotizzato da Steel, 2007), come alla non presenza di protocolli-guida, di tipo
generalizzante, in grado di aiutare il singolo terapeuta, alla scelta ed al diverso peso
da dare all’utilizzo degli strumenti e delle tecniche, da utilizzare: se privilegiare, cioè,
la parte cognitiva (Pychyl e Flett,2012) ovvero quella comportamentale (McDermott,
2004)).
C’è da aggiungere, peraltro, come le indagini e le ricerche, finora svolte, riguardo
all’efficacia del trattamento integrato cognitivo-comportamentale,abbiano permesso
di comprovarne la validità e l’ efficacia, verso la riduzione e all’attenuazione della
fenomenologia procrastinatoria e non verso l’esito di un suo pieno ed integrale
superamento ( Rozental e Carlbring,2013).
Tutto ciò riferito, non c’è alcun dubbio sul fatto che detto approccio, allo stato dell’
arte, debba essere considerato, tra i più attendibili e solidi, per le sue caratterizzazioni
di efficacia documentata (“evidence based medicine”), nelle molteplici ricerche e
verifiche prodotte (Salvatori, 2013).
Proprio in ordine al raggiungimento dell’efficacia desiderata, ci sembra opportuno
richiamare l’attenzione su alcune caratterizzazioni metodologiche ed operative, di
precipua rilevanza:
-Instaurazione di un profondo rapporto di stima,di rispetto e di fiducia tra il paziente
ed il terapeuta,tali da potere dare vita ad una vera e propria “alleanza terapeutica”
( Liotti e Monticelli,2014);
- Attuazione di una compiuta concettualizzazione del caso, compiuta, che consenta
di determinare, con certezza, la tipologia procrastinatoria posseduta dal soggetto e
gli ambiti ed i contesti di vita, all’interno dei quali essa si estrinseca, per poter agire
su di essi con modalità selettive e mirate;
-Predisposizione, da parte del terapeuta, e successiva loro messa in pratica, di
strategie operative, all’interno delle quali, gli strumenti e le tecniche utilizzate, siano
pertinenti ai modelli teorici, dai quali esse discendono (Wampold, 2001) e siano ,
altresì, congruenti, con la diversa importanza e gerarchia ad essi riconosciuta
( ibidem);
-Necessità,da parte del terapeuta, di un controllo periodico,del livello di autostima e
di autoefficacia nonchè del senso di padronanza, raggiunto dal soggetto rispetto alle
situazioni perturbanti (“Agency”, Bandura, 2001,1986) che possono con maggiore
agevolezza, elicitare il comportamento procrastinatorio;
-Necessità che il soggetto acquisisca piena e compiuta consapevolezza, in ordine al
ruolo dirimente svolto dalle vecchie convinzioni, disfunzionali e disadattive, ai fini
dell’innesco e nel mantenimento della procrastinazione.
Che le sostituisca con altre, funzionali ed adattive, e che verifichi l’efficacia e la
validità di quest’ultime, per mezzo dell’attuazione di “esercizi comportamentali”,
concordati in seduta con il terapeuta,da svolgersi “sul campo”,nella realtà concreta.
(Semerari, 2000).
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2
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Il D.Bipolare I è un disturbo che può condurre ad una pluralità di esiti decisamente
gravescenti:violenza tra le mura di casa, crisi familiari, separazione coniugale, perdita
del lavoro, comportamenti a rischio, dipendenza da sostanze alcooliche e da droghe.
Se non trattato adeguatamente, detto disturbo può condurre a conseguenze di natura
devastante e ad esiti particolarmente nefasti, fino al suicidio.
A questo proposito,viene stimato che chi soffre di Dist.Bipol.I,ha probalità di ricorrere
al suicidio 15 volte maggiori rispetto alla media della popolazione.
Il Disturbo Bipolare II esclude qualsiasi presenza di episodio maniacale, la comparsa
del quale, indirizzerebbe, d’obbligo, ad una diagnosi di Disturbo Bipolare I.
Esso è caratterizzato dall’alternanza,temporalmente variabile, da soggetto a soggetto
, di episodi di depressione maggiore o unipolare e di episodi ipomaniacali.
Essi si devono mantenere per un periodo temporale di almeno due (2) anni, causando
accentuata instabilità umorale.
Se per i criteri per la diagnosi di episodio di depressione maggiore o unipolare, rimane
immutato quanto già esposto in precedenza, per quanto concerne lo stato di
ipomaniacalità, esso è da differenziarsi rispetto alla maniacalità, in ordine ai seguenti
due elementi:
1.Il primo, è data dalla comparsa degli stessi criteri che caratterizzano la maniacalità,
ma non per sette (7) giorni, bensì per quattro (4) giorni: quindi, per un lasso di tempo,
inferiore;
2. Il secondo è costituito dal fatto che la compromissione del funzionamento sociale
lavorativo,è decisamente meno accentuata e marcata che nel D.Bipolare I, essendo
rilevabile un cambiamento eccessivamente alterato, nel funzionamento del soggetto
che non è ravvisabile quando il soggetto è asintomatico.
Nel Disturbo bipolare II, l’alterazione dell’umore, pur essendo rilevabile dall’esterno
(E, cioè, da altre persone), non è sufficientemente grave da comportare una marcata
compromissione, del funzionamento sociale o lavorativo, o da richiedere ricoveri in
ospedalizzazione. Non è, d’altra parte, presente, in esso, alcuna manifestazione di
natura psicotica.
L’alternanza tra stati depressivi e stati ipomaniacali varia da soggetto a soggetto; in
Linea generale, si ha un’alternanza che si realizza all’intero di uno spazio temporale
più o meno ampio, nell’ordine, generalmente, di settimane e mesi:
Ma si danno anche casi, nei qual l’alternanza , si realizza in tempi anche rapidi, con
varianza contestuale e passaggio dalla depressione all’ipomania nell’immediato, con
viraggio anche brusco dalla condizione depressiva a quella ipomaniacale.
In questo caso, si ha a che fare con un tipo di bipolarità II, di natura mista.
In termini statistici generali, è stato visto come gli episodi depressivi si presentino
prima e durino più a lungo di quelli ipomaniacali, ma tutto ciò, varia, sempre, da
soggetto a soggetto.
Anche per il D.Bipolare.II, occorre svolgere diagnosi differenziale che consenta di
discriminare il D.B II, rispetto ad altri disturbi che presentino caratterizzazioni vicine
allo stesso, in modo tale che si possa evitare una diagnosi errata.
Tali disturbi sono i seguenti:
-Disturbo depressivo maggiore o unipolare;
-Disturbo ciclotimico;
- Disturbi dello spettro della schizofrenia ed altri disturbi psicotici;
-Disturbo di panico od altri disturbi d’ansia;
-Disturbi da uso di sostanze;
-Disturbo da deficit di attenzione/iperattività;
-Disturbi di personalità;
-Altri disturbi bipolari.
Sul piano della comorbilità, il Dist.bipol.II, tende a comparire in presenza dei seguenti
disturbi:
-Disturbi d’ansia (nel 75% dei casi, al Dist.bip.II, si accompagna un disturbo d’ansia);
- Disturbi di sostanze (nel 35% dei casi);
-Disturbi dell’alimentazione, (nel 14% dei casi).
Il substrato temperamentale di instabilità umorale che sembra caratterizzare, in
profondità, il quadro clinico, di un soggetto che presenta il Dist.Bip.II (Perugi et
al.2003) ,tende a fare sì che l’impulsività, non adeguatamente controllata, connotato
principale del disturbo, si estrinsechi in una pluralità di comportamenti, più o meno
nocivi e gravescenti.
Si può assistere, infatti, all’avverarsi di comportamenti, di tipo negativizzante, che
esitano in espressioni ad impronta anti-sociale, (Aggressioni e violenza verso gli altri,
per frustrazione e reattività non controllata), a crisi familari, a disadattamento
scolastico e lavorativo, a rottura delle unioni familiari, (Separazioni e divorzi), all’uso
costante di sostanze alcooliche e/ o stupefacenti, fino all’instaurazione di vere,poprie
dipendenze.
Peraltro, tutto ciò, accade, con maggiore facilità se alla presenza del DIst.Bipol.II, si
affianca la presenza, in comorbilità, di altri tipi di disturbo: disturbi d’ansia, disturbo
del controllo degli impulsi, disturbo della condotta alimentare, disturbi da uso di
da uso di sostanze, disturbo di personalità, disturbo derivato da un’altra condizione
medica.(Perugi et al.,ibidem).
Come per il Dist.Bip.I, anche per il Dist.Bipol.II, l’esito più drammatico, associato al
disturbo, è il rischio di suicidio, (Sia solo tentato che compiuto), che risulta avere
un livello di probabilità 15 volte maggiore rispetto alla popolazione generale.
Il Disturbo ciclotimico è caratterizzato dalla presenza dei seguenti criteri diagnostici:
A.Per un periodo di tempo non inferiore ai 2 anni (nei bambini 1 anno), si è verificata
alternanza tra episodi ipomaniacali ed episodi depressivi, ma tale, che né nel primo
come nel secondo caso, non siano stato mai raggiunti, livelli di manifestazione, tali da
non raggiungere, er un verso, la soglia dell’ipomania,per l’altro,lo stato di depressione
depressione maggiore;
B.Durante questo periodo,l’alternanza deve essersi verificta, per almeno la metà del
tempo, ed il soggetto non deve avere percepito sintomi, per non più di due mesi;
C. Non devono mai essere stati soddisfatti livelli di manifestazione tali da rinviare alla
esistenza di presenza di un episodio depressivo maggiore come pure maniacale o
ipomaniacale;
C.Non vi deve essere nulla che possa trovare una migliore spiegazione nelle seguenti
patologie: disturbo schizoaffettivo, schizofrenia, disturbo schizofreniforme, disturbo
delirante o disturbo dello spettro della schizofrenia ed altri disturbi psicotici con altra
specificazione o senza specificazione;
D. I sintomi non sono riferibili agli effetti causati dall’azione di una sostanza o ad altra
condizione medica;
E. I sintomi devono causare disagio clinicamente significativo o compromissione del
funzionamento, in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.
N.B. Dovrebbe essere specificato se è presente ansia oppure no.
Qualora dopo due anni, il soggetto presenti episodi di depressione maggiore ,
maniacale o ipomaniacale, la dicitura di “ciclotimia” viene convertita in dicitura di
depressione maggiore o disturbo bipolare I ed annessi, abbandonando la diagnosi di
disturbo ciclotimico.
Si osserva che il disturbo ciclotimico, dal punto di vista dell’ascendenza genetica,
tende ad essere più comune nei familiari di primo grado di individui con disturbo
bipolare I che nella popolazione generale.
Il disturbo ciclotimico deve essere differenziato, tramite una diagnosi differenziale,
da altri tipi di disturbo che presentano caratterizzazioni similari.
Detti disturbi sono i seguenti:
-Disturbo bipolare e disturbi correlati dovuto ad un’altra condizione medica e disturbo
depressivo dovuto ad un’altra condizione medica;
-Disturbo bipolare e disturbi correlati, indotto da sostanze/farmaci nonché disturbo
depressivo indotto da sostanze/farmaci;
-Disturbo bipolare I, e disturbo bipolare II, con cicli rapidi;
-Disturbo borderline di personalità.
In tema di comorbilità, è stato visto (Apa, 2014, pag.164), come i disturbi che possono
accompagnare il disturbo ciclotimico risultino essere i disturbi correlati a sostanze ed
i disturbi del sonno ( Come, ad esempio, la difficoltà a prendere sonno ed a
mantenerlo durante la notte).
E’ stato visto, anche, come i bambini che presentano questo disturbo, abbiano
maggiori probabilità di avere in comorbilità, un disturbo da deficit di attenzione/iperaattività in confronto ad altri pazienti pediatrici presentanti disturbi
mentali. (APA, ibidem)
Ulteriori espressioni dei disturbi dello spettro bipolare sono identificabili in base alla
alle seguenti categorie diagnostiche:
-Disturbo bipolare e disturbi correlati indotto da sostanze/farmaci= Appartengono a
questa categoria diagnostica, le manifestazioni del bipolarismo,derivate direttamente
dall’assunzione di sostanze oppure dall’esposizione ad un farmaco.Deve risultare, in
modo oggettivo, un rapporto diretto, di causa-effetto, tra l’assunzione di sostanze
ovvero dall’impiego di un farmaco e l’insorgere delle espressioni bipolari;
-Disturbo bipolare e disturbi correlati dovuto ad un’altra condizione medica;
-Disturbo bipolare e disturbi correlati con altra specificazione= Questa categoria
incorpora le manifestazioni di disturbo bipolare e disturbi correlati nelle quali non
trovano soddisfacimento i criteri per alcun disturbo bipolare e disturbi correlati.
Si applica,allora, la dicitura “disturbo bipolare disturbi correlati con una susseguente
specificazione”, seguita dalla ragione specifica che caratterizza il disturbo (Ad es.
, “ciclotimia di breve durata”);
-Disturbo bipolare e disturbi correlati senza specificazione= Detta categoria trova
impiego nei casi c’è un predominio ma non si assiste a soddisfazione piena in ordine
ai criteri che riguardano uno qualsiasi dei disturbi della classe diagnostica del disturbo
bipolare e disturbi correlati.
Il Disturbo Ciclotimico rispetto ai suoi dirimpettai, Dist.Bip.I e II, presenta effetti e
conseguenze sicuramente meno gravescenti.
Gli episodi depressivi, presenti al suo interno, sono meno accentuati, rispetto agli altri
due tipi di bipolarità, in frequenza, intensità e pervasività; come, pure, presentano un
oggettivo, minor livello di forza e di intensità, gli episodi di euforia e di eccitazione.
Per questa minore forza di riscontri immediati, il Disturbo ciclotimico, tende ad essere
di non facile rilevazione e sottostimato, dal soggetto, che può rivolgersi agli specialisti
(psichiatri e psicoterapeuti), anche fino ad otto (8) anni, dopo la sua primitiva ed
effettiva comparsa.
Il pericolo che consegue è che in caso di ritardato accertamento e registrazione, non
solo il suo trattamento risulta essere più difficoltoso e complesso, ma, anche, e,
soprattutto, che il disturbo possa peggiorare, fino a sfociare negli esiti di Dist.bip.I e
II, indubbiamente, di maggiore gravità e gravescenza.
Verifiche svolte evidenziano che ciò si verifica nel 15,20% dei soggetti che presentano
un disturbo ciclotimico.
Le conseguenze negative della ciclotimia, sono plurime: stile di vita irregolare e
caotico, conflitti più che frequenti in famiglia, cambi frequenti nella professione e nel
lavoro, mutamenti rapidi negli interessi e negli obiettivi, rapporti interpersonali
instabili e conflittuali, rottura delle unioni coniugali (separazioni e/o divorzi).
Il trattamento dei disturbi dello spettro bipolare si incentra sull’apporto congiunto di
farmacoterapia e psicoterapia.
Per quanto concerne i farmaci,quelli più indicati risultano essere i seguenti:”in primis”
, il carbonato di litio, ma, anche, o separatamente o congiuntamente, al carbonato di
litio, l’acido valproico e la carbamapezina.
Vengono anche utilizzati (Nel caso di certa gravità degli episodi depressivi), anche
farmaci antidepressivi, quali ,preferibilmente gli S.S.R.I: fluoxetina (Prozac), sertralina
(Zoloft), paroxetina (Seroxat), fluvoxamina (Favarin, Maveral), ed il citalopram
(Seropramm, Elopram).
Ovvero, nel caso, di aumento della gravità degli episodi ipomaniacali o maniacali,
trovano impiego benzodiapine, quali, il diapezam (Valium), l’alprazolam (Xanax), il
clonazepam (Rivotril) ed il lorazepam (Tavor).
Un ‘ulteriore utilizzazione di categorie di farmaci riguarda i farmaci antipsicotici o
neurolettici; anch’essi trovano impiego nelle fasi di maggiore intensità ipomaniacale
e maniacale,quando accompagnate dalla presenza di veri propri stati psicotici (deliri
ed allucinazioni).
Si fa riferimento al risperidone (Risperdal),clozapina (Leponex),l’olanzapina (Zyprexa)e la quietiapina (Seroqual).
In ordine al trattamento psicoterapeutico, si rileva come esso integri e completi il
trattamento farmacologico che, da solo, è stato visto non essere sufficiente al
superamento dei disturbi dello spettro bipolare.
Le psicoterapie che ricevono maggiore consenso, sono le seguenti
-Psicoterapia cognitivo-comportamentale;
-Sedute di psicoeducazione;
-Psicoterapia familiare;
- Psicoterapia espressiva-interpersonale;
-Psicoterapia post-razionalista di V.Guidano (1988,1992);
- Psicoterapia ad orientamento dinamico.
La storia del disturbo bipolare evidenzia un folto stuolo di personalità di grande
spicco, appartenenti ai campi più svariati dell’agire umano, che hanno sofferto di
bipolarità.
Nel campo letterario e filosofico, sono da ricordare Goethe, Honorè de Balzac, Charles
Dickens, Lord Byron, Budelaire, Tolstoi, Edgar Alon Poe, Emily Dickinson, Nietzsche,
Herman Hesse, Hemingway, Silvia Plath, Virginia Wolff.
Nell’ambito dell’arte, sono da citare Caravaggio, Michelangelo, Vincent Van Gogh,
Paul Gauguin, Antonio Ligabue, Edward Munch.
Nel campo musicale, si ricordano Handel, Mozart, Beethoven, Rossini, Gaetano
Doninzetti, Schuman, Gustav Mahler,Tsaikowsky.
Nel campo dell’attività politica, risalta il nome di Abram Lincoln, del presidente
americano Roosevelt, del grande statista inglese Winton Churchill.
Diversi personaggi famosi, contemporanei è stato accertato che soffrano di disturbi
dello spettro bipolare: Marianne Carey, Caterina Zeta Jones, l’attore belga Van
Damme, l’attore statunitense Ben Stiller ed il regista Francis Ford Coppola.
Tra i grandi attori e tra i grandi uomini della cultura che ci hanno lasciato, sono da
ricordare Vivian Leight (L’attrice protagonista di “Via col vento”), Vittorio Gasman,
Francesco Cossiga, (Presidente della repubblica italiana), Indro Montanelli e l’attore
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